Il Signore degli Anelli: Il ritorno del re, di Peter Jackson, capitolo conclusivo della saga dell’Anello

It’s a clean sweep!“, disse proprio così Steven Spielberg nel lontano 29 febbraio 2004 al Dolby Theatre consegnando l’undicesimo Oscar su undici nomination a Il Signore degli Anelli: Il ritorno del re (2003) di Peter Jackson. Quell’anno il capitolo conclusivo della trilogia dedicata all’immensa opera letteraria di J.R.R.Tolkien vinse undici Oscar su undici, tra cui Miglior regia e Miglior film. Abbastanza per diventare il film più vincente della storia del cinema al pari di Ben-Hur (1959) di Willliam Wyler e Titanic (1997) di James Cameron, nonché il primo fantasy a vincere l’ambita statuetta.

Elijah Wood in una scena de Il Signore degli Anelli: Il Ritorno del Re
Elijah Wood in una scena de Il Signore degli Anelli: Il Ritorno del Re

Girato in contemporanea con Le due torri (2002) per ottimizzare budget, troupe, cast e location; la post-produzione de Il ritorno del re ha un che di leggendario, tanto da essersi conclusa a poco meno di un mese dal rilascio in sala. L’enorme sforzo produttivo del lavoro di Jackson, in un misto di miniature e green screen, trova compimento in un un’opera fantasy unica perché capace di intrattenere, emozionare, e veicolare tematiche importanti.

Nel cast de Il ritorno del re troviamo tutti i volti noti e precedentemente presentati nei capitoli precedenti. Figurano Elijah Wood, Ian McKellen, Christopher Lee, Liv Tyler, Viggo Mortensen, Sean Astin, Cate Blanchett, John Rhys-Davies, Bernard Hill, Billy Boyd, Dominic Monaghan, Hugo Weaving, Orlando Bloom, Miranda Otto, Karl Urban, Ian Holm, David Wenham e Sean Bean.

Il ritorno del re: la sinossi del film di Peter Jackson 

Mostratoci il passato di Gollum (Andy Serkis) e la ratio della sua ossessione per l’Anello. Nel presente Gandalf (Ian McKellen), Théoden (Bernard Hill), Grampasso/Aragorn (Viggo Mortensen), Gimli (John Rhys-Davies), Legolas (Orlando Bloom) ed Éomer (Karl Urban) si recano a Isengard, trovandola distrutta dagli Ent, e incontrano Merry/Meriadoc (Dominic Monaghan) e Pipino/Peregrino (Billy Boyd) i quali narrano loro il trionfo di Barbalbero su Saruman (Christopher Lee).

Una scena de Il Signore degli Anelli: Il Ritorno del Re
Una scena de Il Signore degli Anelli: Il Ritorno del Re

Nello stesso momento, Frodo (Elijah Wood) e Samvise (Sean Astin) – accompagnati da Gollum continuano il loro pericoloso viaggio arrivando sino alle porte di Minas Morgul. Sarà l’inizio della fine di un’epopea unica nella storia del cinema.

L’ultimo grande kolossal fantasy

Proprio per via della sua natura narrativa, il racconto del capitolo conclusivo della saga de Il Signore degli Anelli parte in medias res, in una struttura narrativa sontuosa a molteplici archi alla base dell’eterna dicotomia bene/male. Tra il completamento della missione di Frodo & Samvise e le insidie di Gollum, a quello di Aragorn, Gandalf e della restante Compagnia, con cui affrontare le forze del male tra Minas Tirith e la ricerca del proprio destino – si dispiega un racconto leggendario.

Viggo Mortensen in una scena de Il Signore degli Anelli: Il Ritorno del Re
Viggo Mortensen in una scena de Il Signore degli Anelli: Il Ritorno del Re

La grande forza narrativa de Il ritorno del re sta proprio nel riservare ad ognuno degli archi scenici – complementari l’un l’altro ma al contempo perfettamente organici nelle loro interezza – dei conflitti scenici volti ad arricchire non soltanto il racconto, ma anche la caratterizzazione dei personaggi stessi. Diventando così un espediente per raccontare degli uomini, delle loro pulsioni e passioni, di nobili gesti di spiccato eroismo e coraggio e sacrificio, di amicizie che nemmeno il fuoco del Monte Fato potrebbe spezzare e d’emancipazione femminile nella Terra di Mezzo.

Con il dispiegarsi dell’intreccio scenico, assistiamo a un’evoluzione degli archi narrativi ragionata, coerente con i capitoli precedenti, dal primo all’ultimo personaggio in scena. Da Frodo sempre più corrotto dal potere dell’Anello e Arwen e la sua scelta “d’amore”, a Peregrino Tuc e Brandibuck che riscattano la loro natura gigiona e si lanciano in battaglia. Da Grampasso/Aragorn che accetta il suo destino da Re, passando per un altro Re – Théoden – che raccoglie il coraggio a due mani e mette da parte l’orgoglio di infinite battaglie mai vissute. Non ultimo, Gollum, il cui tormento per l’Anello trova finalmente pace in un finale d’insita tragicità.

Un linguaggio filmico attuale e moderno 

Un scrittura multi-tonale ricca e viva, supportata da una regia che sa gestire le tante anime al suo interno e il differente respiro scenici; ora nei momenti romantici, ora bellici, ora più leggeri, come il count kill della sfida continua tra Legolas e Gimli – sempre prezioso per spezzare la tensione drammaturgica.

Una scena de Il Signore degli Anelli: Il Ritorno del Re
Una scena de Il Signore degli Anelli: Il Ritorno del Re

Come contorno a tutto questo, Jackson imbastisce – come già accaduto con i capitoli precedenti – una scenografia curata nel minimo dettaglio, dalle incisioni sulle armature dei soldati alla fortezza di Minas Tirith, sino ad intere porzioni di dialogo e alla riproduzione certosina delle tradizioni degli elfi e degli Hobbit.

Non è un caso che la trilogia de Il Signore degli Anelli – nella sua interezza – è da ritenersi come uno degli adattamenti cinematografici più riusciti nella storia del cinema, grazie a un linguaggio filmico moderno, attuale, che ha innovato e ridefinito gli stilemi del cinema fantasy. Ciononostante però, non è esente da difetti. Lo schema ripetitivo delle sequenze belliche – risolte (quasi) sempre da un deus ex-machina – la cg dell’epoca non invasiva ma che nel 2020 risulta invecchiata (e non di poco), e alcune sequenze al rallenty ormai in disuso. Difetti minimi, che passano però (quasi) inosservati nella messa in scena sontuosa e nell’autentico atto d’amore di Jackson a Tolkien.

Qui, sulle rive del mare, si scioglie la nostra Compagnia

Gli undici Oscar, un cast stellare, una cura maniacale del dettaglio. In una sequenza finale di pura magia che chiude il cerchio e ci fa ritornare dove tutto è iniziato, si conclude senza dubbio uno dei più grandi film mai concepiti. Che sia visto in versione cinematografica o in versione estesa cambia poco, il valore de Il Signore degli Anelli: Il ritorno del re resta indiscutibile – anche diciassette anni dopo.

L’opera di Jackson – nella sua interezza, – si pone come spartiacque nella storia del cinema a livello produttivo, narrativo e artistico. E come ogni capolavoro che si rispetti, praticamente (e giustamente) irripetibile. Potremo anche avere, tra qualche anno un “nuovo” Il Signore degli Anelli a livello di peso specifico; ma non avremo mai un “Nuovo Il Signore degli Anelli“.