Ridi, pagliaccio: la maschera da Joker di Joaquin Phoenix

Joker, in anteprima al 76. Mostra del Cinema di Venezia

Chi non conosce Batman e il suo alter ego Joker?
Personaggi dei fumetti DC, entrambi hanno fatto la storia dei mass-media, dalla tv, al cinema, passando per i cartoni animati. Chi non ha mai avuto paura di questo pagliaccio che porta caos nella città di Gotham e che gode nel vederla bruciare?
Con Joker (QUI la nostra recensione del film da Venezia 76) il regista Todd Philips cambia le carte in tavola per raccontare la genesi di questo iconico villain da un punto di vista del tutto inedito. Una versione completamente differente da qualsiasi altra conosciuta, ma in grado di catturare l’attenzione di chi vi assiste.
Joker si discosta innanzitutto dal personaggio del fumetto per concentrarsi sulla psiche e l’introspezione neuropsicologica del personaggio in sé, creando sì una nuova linea narrativa, ma di forte impatto emotivo e visivo che ben si coniuga con la figura tradizionalmente conosciuta. Il film si va dunque ad inserire in una fitta rete di intessitura artistica e filmica già iniziata da Nolan con la sua trilogia dedicata a Batman, congiungendo le due correnti narrative facenti parte di due universi paralleli, ma intersecabili.

Joaquin Phoenix nei panni di Joker

Ciò che subito colpisce della pellicola è la fotografia cupa, dark, in certi casi con angolazioni distorte, i colori marcatamente intensi e tetri, le ambientazioni di una Gotham degradata che si ricollega alle pellicole sia di Nolan che di Burton, ma anche alla serie tv Gotham, per concorrere a creare un immaginario collettivo fumettistico e riconoscibile dai più. A ciò si aggiunge la colonna sonora intensa, potente ed emozionante, con i suoi mille violini da un lato, che marcano questa degradazione sociale e psicologica, e le musiche rock dall’altro, che esaltano i momenti di pathos e di transizione del personaggio. La musica aiuta così ad avvicinarsi al personaggio, a entrare nella sua psiche, fino a provare pietà per lui. Il personaggio di Arthur Fleck/Joker si delinea poco per volta da miserabile qual è, a “burlone omicida” quale è destinato a diventare. L’uomo portato in scena è dapprima l’oppresso soggiogato dalla società e schernito dai bulli perché diverso, malato, incompreso. Questa situazione si mostra all’esterno come il punto focale che lo porta a impazzire, ma la realtà, indagata in modo originale dal regista, si cela sotto, in profondità. Arthur è Joker e non viceversa. Lo è sempre stato. Il cineasta decide di raccontare una storia in cui il personaggio ha subìto violenze da piccolissimo e ha riportato danni cerebrali. Nessun acido, nessuna caduta e conseguente follia. No. Lui ha qualcosa di distorto, un essere interiore che si muove nella sua mente, e poi nel suo corpo, che lotta per emergere, ma che è schiacciato dai farmaci e dalle imposizioni della madre. La creatura, a poco a poco, riesce a prendere coscienza di sé stessa e a venire alla vita, a dare sfogo alle sue impulsività, sotto sotto calcolate, a ribellarsi dei soprusi subiti per tutta la vita, come una fenice che rinasce dalle proprie ceneri.

La trasformazione in Joker, nella pellicola di Todd Philips

Todd Philips decide di mostrarci fin da subito la strada percorsa dal personaggio: fa il pagliaccio per vivere, il suo sogno è far ridere le masse. “Why you are so serious?” diceva il Joker di Heath Ledger. “Put on a happy face” ricalca il Joker di Joaquin Phoenix. La vita è un gioco, una battuta costante, una calamità a cui bisogna porre rimedio. Il regista contrappone a questa figura un piccolo Bruce Wayne pre-tragedia familiare già serio e incorruttibile. Li fa incontrare per la prima volta, per portarli ad essere ognuno la faccia contrapposta della medaglia dell’altro, i due pesi della bilancia etica e morale. Grazie alla superba interpretazione di Phoenix, il regista segue passo a passo l’evoluzione di questa figura ionica e conturbante, analizzandone movenze, aspetto, abbigliamento, in un chiaro segno di stima e non di copia rispetto al Joker di Ledger.
Degna di nota anche la performance di De Niro qui pronto grazie a cui il protagonista di Taxi Driver riesce a redimersi da alcuni ruoli macchiettistici degli ultimi anni.

Il merito di Philips è quindi quello di essere riuscito a prendere un personaggio con un bagaglio mediatico enorme alle spalle e averlo trasformato, riuscendo a creare una storia in cui si patteggia per il pagliaccio calcolatore che emoziona, commuove, fa ridere, e allo stesso tempo fa paura come se fosse il mostro nero sotto al letto. La pellicola conduce lo spettatore dove tutto ha inizio attraverso un’introspezione anche di se stessi. Tutti siamo i bulli, ma tutti siamo Joker. 

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