Challengers, la recensione del film con Zendaya

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Di cosa parla Challengers?

Challengers racconta la storia di Tashi Duncan (Zendaya), una campionessa di tennis divenuta, in seguito ad un infortunio, allenatrice. Tashi sta cercando di fare di suo marito Art (Mike Faist) una promessa del tennis, ma dopo la sconfitta in un incontro importante, l’uomo si ritrova a gareggiare in un torneo di seconda fascia, un Challenger. Tra i suoi sfidanti c’è Patrick (Josh O’Connor), ex fidanzato di sua moglie e un tempo suo migliore amico.

Cosa c’è di buono in Challengers?

Luca Guadagnino (Suspiria, Chiamami col tuo nome) compie un mezzo miracolo nella trasposizione per fotogrammi della sceneggiatura di Justin Kuritzkes, che risulta provocatoria e, al tempo stesso, poco originale.
Se l’efficacia narrativa è compromessa da una scrittura banale, il lavoro registico ci mette – come si dice in gergo – una pezza. Guadagnino riesce a dare un senso allo script, sostenuto dal comparto sonoro (con una colonna sonora che difficilmente si dimentica) e da un ottimo montaggio. Sicuramente l’aspetto chiave della vicenda è il ritmo: costante, dinamico, martellante e sospeso come le partite di tennis. La stessa emotività dei personaggi è espressa attraverso il ritmo dei colpi, dei loro sguardi e dei corpi (spesso sudati).

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Più che finire in un threesome…

Veniamo subito al punto: se vi aspettate un lungometraggio erotico dovete cercare altrove. Il fattore sessuale è davvero irrisorio e tutta la tensione erotica, che comunque si crea tra i personaggi, è espressa solo attraverso il tennis nel pieno senso narrativo, ma in una maniera che sfiora il bigottismo. Tashi Duncan è un manipolatore che istiga al piacere perché spinta da una passione morbosa e smodata per lo sport. Niente è mai davvero sopra le righe o pruriginoso, ma è commisurato a una percezione del proibito molto più americana che europea.
Inutile dire che, se il film non fosse stato diretto da Guadagnino o interpretato da Zendaya, Josh O’Connor o Mike Faist, nessuno ne avrebbe parlato; ma qui, in un racconto di fascinazione, competizione e corpi è superfluo ribadire che avere tre attori che trasudano sessualità aiuta non poco. Certo è che, fosse stata meglio costruita una vicenda più scabrosa, il film avrebbe fatto il botto.

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Bello il tennis, ma non ci vivrei

La cornice della vicenda di Challengers è una partita di tennis che sembra dipanarsi in momenti e luoghi diversi. Non è solo un incontro tra due giocatori, qui lo scontro è un gioco a tre, in cui i protagonisti intrecciano le loro vite e carriere in diversi frangenti e nel corso della loro evoluzione filmica.
La storia è incentrata su di loro, ma è il tennis il vero collante. Il ritmo raggiunge il suo picco nella componente tennistica; la rappresentazione del gioco è costruita da Guadagnino come una componente vitale della vicenda. L’azione è riuscita e certe scelte registiche (dalle inquadrature innaturali alle soggettive impossibili) sono di ottimo intrattenimento.
La qualità di Challengers è innegabile, ma, per dirla in termini sportivi, è come arrendersi al quinto set durante la finale di Wimbledon. Tutto ineccepibile, ma ti classifichi secondo.