CHIAMAMI COL TUO NOME e il battito regolare dell’amore: recensione del film di Luca Guadagnino

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Chiamami col tuo nome (2017) di Luca Guadagnino

Per analizzare la maggior parte dei film che arrivano in sala, basta seguire una domanda: come è? Le risposte, il più delle volte, non sono altro che una versione estesa e complessa degli aggettivi bello/brutto. È un’attività semplice, che non rende giustizia, ma che aiuta ad orientare lo spettatore per la scelta delle opere da vedere in sala.
Chiamami col tuo nome è l’eccezione a questa regola, che si aspettava da tempo. Chiedere come sia questo film presuppone una risposta troppo complessa e articolata per potere essere sufficiente. La domanda che deve muovere l’analisi del nuovo film di Luca Guadagnino non può che essere: che cos’è questo film?
Chiamami col tuo nome, in primo luogo, è una produzione italo-americana, con a capo un regista italiano, bistrattato e allontanato in passato, che ora ritorna trionfalmente al centro dell’annata cinematografica. Il film è il fenomeno del momento (destinato a diventare un cult, per come ha colpito il proprio pubblico), una macchina macina premi che ha mostrato, involontariamente, i limiti e la miopia dell’industria produttiva dello stivale.
Ma Chiamami col tuo nome è molto altro, ed è in questo che scorre la forza della pellicola. Tratto dal romanzo Call me by your name di André Aciman, sceneggiato da James Ivory, il film è, prima di tutto, il racconto di un’estate. Siamo nel 1983 a Crema, un borgo del nord Italia. Elio (Timothée Chalamet) è un diciassettenne dalla spiccata intelligenza, figlio di un affermato professore universitario. Come da abitudine, la famiglia Perlman ospita per le vacanze estive uno studente. La presenza di Oliver (Armie Hammer) scuote profondamente Elio. Nasce tra i due una profonda amicizia, destinata a diventare qualcosa di più: un amore, ma anche un viaggio di scoperta di sé.
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Chiamami col tuo nome (2017) di Luca Guadagnino

Guadagnino racconta, con uno sguardo sensibile e delicato, l’amore e le sue sfumature. I corpi dei due magnifici attori emanano una forza scenica unica e autentica. Il rapporto tra i due e la crescita che vivono è narrata dai tocchi delle mani sulla pelle nuda, dalla prossimità degli interpreti nella scena. Non c’è nulla di ricattatorio (come nel pessimo Moonlight), niente di scandaloso (eccezion fatta per una scena purtroppo pesantemente fuori tono). Al contrario, lo sguardo del regista sembra spesso imbarazzato, a volte trattenuto, consapevole di essere un indiscreto indagatore di passioni. Laddove Kechiche indugiava ossessivamente sul sesso, per un’istanza di realismo, ne La vita di Adele, Guadagnino guarda dall’altra parte, quasi aderendo ad un cinema di altri tempi, più pudico ma, forse, anche più rispettoso.
Chiamami col tuo nome non è un film sull’omosessualità ma sull’amore, puro, irrazionale, naturale. È una pellicola che vuole raccontare l’essere umano tramite le sue passioni, senza alcun tipo di preclusione morale. E in questo il lavoro compiuto è incredibile. L’amore di due giovani uomini parla a tutti coloro che hanno amato in vita loro. L’amore tra due persone dello stesso sesso è finalmente normalizzato, de-problematizzato, accolto senza indugio per permettergli di acquisire un valore universale. Totale e assoluto. Nel fare questo, la scena del confronto tra Elio e suo padre si merita già un posto di primo piano tra i momenti più belli del cinema contemporaneo.
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Chiamami col tuo nome (2017) di Luca Guadagnino

Come se fosse un terzo protagonista, l’ambiente, in cui si svolge l’azione, si fa pura sensazione. L’estate calda, umida, si attacca al petto dei ragazzi e sembra non lasciarli più. Non importa quante volte si immergano nell’acqua, la loro passione continuerà ad accompagnarli e tormentarli, proprio come le onnipresenti mosche, il cui valore potrebbe essere simbolico. La pianura bergamasca viene privata da ogni sua caratteristica geografica (significativa, in questo senso, l’indicazione geografica “da qualche parte in Italia”). Siamo in una sorta di locus amoenus antico, un giardino fuori dallo spazio e dal tempo. L’idea è così forte e ben realizzata che ogni ingresso della realtà nell’idillio stona e appare oltremodo violento. Le musiche di Sufjan Stevens, soavi e meravigliose, restituiscono un senso di libertà e astrazione alla storia, come se i due protagonisti fossero sospesi nello spazio  e nel tempo in nome di un romanticismo indelebile e sconfinato.
Cos’è quindi Chiamami col tuo nome? È un’opera poetica, diretta con sapienza ed equilibrio (forse troppo), che, al tempo stesso, potrebbe non toccare lo strato più intimo delle emozioni di chi guarda. È un peccato che al racconto manchi quel guizzo emotivo, raggiungibile con una maggiore gravitas, che possa accompagnare lo spettatore fuori dalla sala. Non tutti i dialoghi funzionano. Non sempre il simbolismo degli oggetti raggiunge il suo proposito. Ma sono debolezze accettabili.
È un film innovatore poiché normalizza il concetto di amore, in modo semplice e sincero, a prescindere dall’orientamento sessuale. Ma non solo: è una pellicola che continua ad aprire, per il cinema italiano, la strada originale della poetica di Guadagnino e rinnova il racconto di formazione cinematografico a livello mondiale.

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