C’ERA UNA VOLTA A HOLLYWOOD, il gesto romantico di Quentin Tarantino – Recensione

Ci sono casi nella storia della settima arte che esulano dalla normalità, eventi eccezionali che chi ama il cinema attende con ansia spasmodica, consapevole della loro unicità.
C’era una volta a Hollywood è il nono film di Quentin Tarantino… ma non solo. C’era una volta a Hollywood riunisce mostri sacri del passato (Bruce Dern, Al Pacino, Kurt Russel), star del presente (Leonardo Di Caprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Emile Hirsch, Dakota Fanning) e giovani talenti del futuro (Margaret Qualley, Austin Butler) ma non è solo questo. C’era una volta a Hollywood è soprattutto il realizzarsi del sogno di molti: il regista per eccellenza del nostro tempo, quello che si è formato da ragazzino lavorando in un videonoleggio, gira un film ambientato alla fine degli anni ’60, in piena flower power, nell’arteria pulsante dello showbiz losangelino.

La quasi totalità del variegato universo di riferimenti ha sempre rappresentato (soprattutto nelle ultime opere) una raffinata cornice, il gustoso contorno di un piatto ottimo a prescindere, una condizione spassosa ma tutto sommato non strettamente necessaria alla fruizione. Ebbene, tutto questo esplode in C’era una volta nella più accorata ed esplicita dichiarazione d’amore (e odio, in un certo senso) mai fatta al “suo” cinema fino a questo momento.
Tarantino mescola eventi, situazioni e personaggi reali ad altrettanti fittizi, prende la storia, la mastica e la sputa fuori secondo la sua icastica visione (la “ricostruzione” dell’eccidio del 10050 di Cielo Drive è portentosa). Inutile sottolineare come non si tratti dell’ennesima ricostruzione malinconica del tempo che fu: spoglio da patine sentimentali, il film ci mostra lo sfavillio delle insegne delle sale e dei ristoranti di Los Angeles, le feste e lo star system, ma anche l’ipocrisia che si cela dietro questo mondo e, soprattutto, il ruolo sostanziale delle produzioni televisive e cinematografiche grossolanamente ricordate “di genere” o “di serie b” che, invece, sono linfa vitale e a cui Tarantino rende meritato onore.

La grammatica tarantiniana è una materia complessa ma altrettanto affascinante da studiare. Da analizzare e, soprattutto, interpretare. Non ci sono virgole ma solo punti di sospensione, lunghi e interminabili. Come la totale indulgenza del pubblico nei confronti del regista, al fine di lasciarsi trasportare da una corrente avvolgente – e inesauribile – di immagini e parole.
Il linguaggio usato da Tarantino è difficile da catalogare, da confinare in un recinto ben preciso. Perché il suo lessico è vasto, esteso, ampio come la falcata di un cavallo a briglia sciolta. La perizia geometrica con cui opera è al limite del morboso, l’architettura dei suoi progetti è calcolata nei minimi dettagli. In tutta la sua carriera ha saputo sorprendere lo spettatore con guizzi imprevedibili, variando il suo raggio d’azione e ammantandosi dell’abito di “affabulatore dei generi” nel pieno rispetto della tradizione. Senza mai calpestarla, ma trattandola con cura e riscoprendone il valore, l’importanza.
C’era una volta a Hollywood è il film più autoriale, intimo e personale di Tarantino: un ritratto fisico delle passioni e le ossessioni per i suoi miti (e i suoi santi). Un fiume di citazioni, la mania per il feticismo, il tecnicismo portato all’eccesso: è il trionfo dell’estetica e della cinefilia, dell’orgoglioso autocompiacimento, il gesto esplicito di un regista che si concede la licenza di creare senza rendere conto alle esigenze o alle ansie da aspettativa del pubblico.
Tarantino dipinge il suo affresco più felliniano e metacinematografico, il suo 8 1/2 al crepuscolo di un’epoca, un’elegia che parla di Hollywood e riflette su Hollywood con incanto e disillusione. Profuma di glossario tarantiniano C’era una volta a Hollywood con le sue incursioni nel cinema dei Sixties e nel sottomondo delle produzioni di seconda fascia, da cassetta, con cui il regista è cresciuto e si è formato.

Il cineasta di Knoxville spoglia il suo cinema di ogni indumento superfluo, lo mette a nudo e ne esalta le forme, le contempla. Come un corpo femminile sinuoso e conturbante, che sprigiona la propria sensualità e scatena i sensi di chi lo ammira. Non c’è alcun dovere da assolvere, nessuna imposizione da rispettare. C’è solo il diritto di un regista di soddisfare i propri desideri, di concedersi completamente al cinema, in lungo e profondissimo atto carnale. È un cinema che ama e vuole essere amato, corrisposto, assaporato. Consumato in 35 mm nel rigoroso buio della sala, dove Sharon Tate (Margot Robbie) ammira se stessa in Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm. Dove Tarantino – è lecito immaginare – si adagia, a cadenza regolare, e riguarda i suoi film.
C’era una volta a Hollywood è un viaggio nella storia, nella memoria, nei ricordi. Il regista riapre le scatole della sua infanzia e le usa per costruire una narrazione a strati, sviluppata su più livelli e assiepata da una girandola di omaggi ai suoi precedenti lavori. C’è tutto: la cronologia frammentata di Le Iene, le strade ruvide e affollate di Pulp Fiction, la furia incendiaria di Bastardi senza Gloria, i lampi di violenza efferata di Grindhouse, la cavalcata liberatoria di Django Unchained, le deviazioni nel blaxploitation di Jackie Brown, il gioco al massacro da gran guignol di The Hateful Eight e l’epica resa dei conti di Kill Bill. È l’atto finale di un duello che Tarantino affronta con sé stesso, un faccia a faccia degno di un western alla Sergio Corbucci (citato a più riprese).

Rick Dalton (DiCaprio) non è solo un attore di show televisivi in astinenza di successo  ma anche la figura dello stesso Tarantino riflessa nello specchio del caravan dove, in una scena nevrotica e delirante, Dalton dialoga con il suo doppio. E, cosa non da poco, ne ammette l’esistenza. Non ha paura di confrontarsi, non lo rinnega e, infine, lo accetta. La stessa cosa accade con Cliff Booth (Pitt), stuntman tutto d’un pezzo la cui reputazione convive col fardello di un passato torbido e oscuro. Rick e Cliff sono uno l’alterego dell’altro, due facce di una sola medaglia. Entrambi condividono tutto: gioie, dolori, successo, fallimento, amicizia, solitudine, macchine, alcool, set e vita privata. Ed è in questo meccanismo ambivalente, di alternanza, di luci e ombre, che si inserisce Tarantino per definire il suo romanzo ucronico: realtà e finzione si fondono e confondono, si intrecciano e, in ultimo, si abbracciano. Come in un grande addio. Come Rick e Sharon in quel finale poetico destinato a riempire gli occhi di lacrime e commozione.

Once Upon a Time in Hollywood

Tarantino dona un tocco di colore al suo “C’era una volta…” – dagli echi leoniani -, lo trasforma in un itinerario nostalgico nel cuore del tempo, nei meandri di una stagione d’oro ossidata dai giorni, ormai stanca e sovraccarica ma altresì aperta alle opportunità e al rinnovamento. Proprio come il suo nono film: il più maturo, consapevole e malinconico della sua carriera.
C’era una volta a Hollywood è una carezza romantica al cinema popolare più bistrattato e antielitario, ai suoi generi, ai mestieranti dimenticati, agli attori sotto scacco dello star system. Una lode autentica al glorioso western, un omaggio al (e per il) cinema sul viale del tramonto.
Andrea Rurali & Marco Tomasoni

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