Oscar 2019: il trionfo della polemica

Oscar 2019

And The Oscar goes to…

I titoli pronunciati da Kumail Nanjiani e Tracee Ellis sono come pugni allo stomaco. A ogni nomination le nostre bocche si sono spalancate sempre più, contraendosi in un ghigno di sorpresa misto a disapprovazione. Che gli Oscar riescano a fare discutere per alcune decisioni controverse è una realtà che ha saputo rinnovarsi edizione dopo edizione, ma mai come quest’anno tutto sembra fuori posto, fuori luogo, completamente sbagliato.
Le prime avvisaglie di una cerimonia “maledetta” le avevano date le polemiche sorte dopo l’annuncio del presentatore della serata: Kevin Hart. L’attore di Jumanji: Benvenuti nella giungla era stato fortemente attaccato per aver condiviso tra il 2009 e 2011 alcuni tweet a sfondo omofobo e battute poco consone allo spirito di fratellanza e uguaglianza promosso dall’Academy. Un polverone di proteste che ha investito Hart fino a farlo rinunciare al suo ruolo di conduttore. Una scelta per molti esagerata, ma che ci ha risparmiato, forse. un’altra edizione ai limiti del sopportabile, infarcita di battute urlate a squarciagola e dalla dubbia ilarità come quelle che ci regalò Chris Rock qualche anno fa. Se pensavamo ingenuamente che il tutto si sarebbe concluso con quella sola, unica, polemica, ci sbagliavamo di grosso. Quella di Hart non era che la punta di un iceberg fatto di contestazioni, critiche e incredulità.

Ed è qui che arriviamo al secondo capitolo di una saga senza fine. Una volta allontanato Hart urgeva scegliere un nuovo presentatore. Incapace di selezionare un “degno” sostituto, e al posto di correre ai ripari richiamando chi ha saputo infondere verve e intrattenimento puro alla notte degli Oscar (Hugh Jackman, Ellen DeGeneres, Steve Martin) l’Academy ha avuto la brillante idea di lavarsi le mani ed eliminare a priori la figura del conduttore. Il palco del Dolby Theatre diventerà dunque un campo di atletica dove a darsi il cambio in una staffetta lunga tre ore saranno diversi presentatori, ognuno col compito di fare qualche battuta e proclamare i vincitori delle varie categorie. Ovviamente non di tutte, perché da quest’anno quelle più tecniche, e per questo ritenute poco interessanti al pubblico verranno rese note nel corso dei break pubblicitari, snellendo così la cerimonia di un’ora sulla tabella di marcia. Una classificazione di categorie di Sere A e di Serie B nella quale il lavoro di migliaia di collaboratori e gente appassionata del proprio mestiere viene praticamente demistificato e buttato ai quattro venti. Sempre al fine di “accorciare” la cerimonia, rinvigorendo così, dicono, gli ascolti – quando basterebbe scegliere un presentatore capace di non far addormentare la gente, piuttosto che tagliare sul lato cronometrico – ecco che l’Academy lancia un’altra soluzione suicida: far cantare solo due dei cinque brani nominati a “Miglior canzone originale”. Come se sentire le note e le voci di Emily Blunt (“The Place Where Lost Things Go”, da Il ritorno di Mary Poppins), Tim Blake Nelson (“When A Cowboy Trades His Spurs For Wings”, da La ballata di Buster Scruggs), o Jennifer Hudson (da I’ll fight) possano appesantire la serata più di gag poco riuscite o monologhi carichi di polemiche a inizio cerimonia.

Bohemian Rhapsody

Ma l’apice di questa corsa sfrenata, lanciata a mille all’ora verso il traguardo dell’improbabilità, è stato toccato lo scorso 22 gennaio con l’annuncio delle nomination agli Oscar 2019.
Ci teniamo a ripeterlo: è normale che ognuno speri di vedere quel film, quel regista, o quell’interprete tanto amato fare la propria comparsa nella fantomatica cinquina, ed è altrettanto usuale che molte delle nostre speranze vengano facilmente disilluse. Nonostante ciò la virata compiuta dall’Academy per avvicinarsi più facilmente al gusto del pubblico, ottiene come risultato il volersi allontanare da quel criterio di giudizio che sappia analizzare i giusti elementi tecnico-artistici, facendo vincere i nominati più meritevoli.
Prendiamo ad esempio la categoria “Miglior montaggio”. A far infuriare non solo molti appassionati di cinema, ma anche vari esperti del settore è stata l’inclusione in questa categoria del film campione d’incassi Bohemian Rhapsody a discapito del più meritevole Roma di Alfonso Cuarón. Il successo di un film come quello con protagonista Rami Malek nei panni di Freddie Mercury sta tutto nell’impatto emotivo che i ricordi (diretti o indiretti) legati alla musica dei Queen scatenano in ognuno di noi, per non parlare dell’ottima interpretazione offerta da Malek. Ma una volta compiuta un’attenta analisi, ciò che ne risulta è un film che fa acqua da tutte le parti. La sceneggiatura manca spesso della più semplice logica consecuzione; il montaggio è blando, con raccordi semplici e poco avvincenti. Vedere pertanto un impianto così debole essere addirittura annoverato come uno dei migliori dell’anno, tanto da riservarsi una candidatura agli Oscar, è benzina che infiamma l’ira funeste dei critici, o degli spettatori più attenti. Che sia piaciuto o meno un film, vi sono aspetti, come appunto quelli “tecnici” (ritenuti a quanto pare poco interessanti dall’Academy), che esulano dal mero giudizio personale e devono essere analizzati secondo un punto di vista meramente critico, tale da decretare quali film vantino fotografie, scenografie, montaggi (sia visivi che sonori) migliori di altri. Dopotutto si parla di tecnica, non di empatia, e in Bohemian Rhapsody di tecnica ce n’è poca, o comunque non abbastanza da meritarsi certe nomination.

Altra mancanza che ha fatto inorridire molti è quella di Justin Hurwitz, compositore della colonna sonora di First Man di Damien Chazelle, nonché fresco vincitore agli scorsi Golden Globe e Critics’ Choice Awards. Già snobbato dai Bafta, molti speravano in un suo riscatto con gli Oscar, ma così non è stato. Quella della “Miglior colonna sonora originale” è una categoria molto agguerrita, perché di musiche che ci fanno commuovere ce ne sono tante, forse troppe. Eppure vi sono pellicole, come First Man, in cui il comparto sonoro svolge un ruolo predominante, in una cornice visiva giocata su silenzi e momenti di solitudine. La musica di Hurwitz riesce a comunicare pensieri, sentimenti, emozioni, laddove le parole vengono meno. Il lavoro svolto dal giovane compositore è stato encomiabile, ed è per questo che la sua mancata nomination sorprende e rattristisce. Come sorprende l’aver snobbato una performance come quella offerta da Rosamund Pike in A Private War. Certo, Melissa McCarthy è stata straordinaria in Copia originale, così come si è rivelata una piacevole sorpresa Yalitza Aparicio, capace di sorreggere sulle proprie spalle un’opera come quella di Alfonso Cuarón. Eppure, c’è un fuoco che arde, un cuore che batte nel personaggio interpretato dalla Pike che, seppur non insignito dell’ambito premio, meritava almeno una maggiore considerazione da parte dell’Academy.
L’inserimento di un cinecomic nella categoria maggiore, “Miglior film”, sarebbe stato motivo di forte discussione, sicuramente l’Academy lo sapeva. Giusta o meno che sia, bisogna riconoscere dietro tale scelta una volontà da parte dell’Academy di aprire le proprie porte a generi diversi, anche più “popolari”, così da attirare una schiera di spettatori altrimenti disinteressati a una cerimonia ritenuta “destinata agli addetti ai lavori”. Seppur comprensibile, anche questa decisione merita alcune considerazioni. Gli Oscar, sebbene non destinati soltanto agli “addetti ai lavori”, sono nati per premiare le eccellenze del cinema sotto ogni punto di vista, da quella più manuale, a quella più fisica e interpretativa. A premiare i film nella loro totalità, in quanto oggetto di evasione e intrattenimento o riflessione, ci pensa invece il pubblico con gli incassi al botteghino. Passi comunque la scelta di dare più spazio al mondo dei cinecomic, perché il cinema è anche questo, una risata e un sogno di fantasia tra commozione e vite straordinarie, ma Black Panther è forse il titolo più debole da un punto di vista tecnico-narrativo e interpretativo, tra tutti quelli usciti dall’Universo Marvel. La sceneggiatura, elementare, non riesce a essere rinvigorita da un interprete deciso, introspettivo e costantemente nella parte. Ok il black power, ma a volte una tematica così profonda non basta a sopperire mancanze nell’apparato dialogico e recitativo. Era molto più accettabile l’inserimento di un altro cinecomic come Avengers: Infinity War, molto più completo sia nel comparto visivo, grazie agli ottimi effetti speciali, sia nel comparto attoriale.

black panther poster

Un articolo a parte meriterebbe la totale esclusione della quota rosa a questi Oscar, nonostante film diretti da donne degni di presenziare a una cerimonia come questa ce ne erano eccome, seppur non in abbondanza (basti solo citare You were never really here di Lynne Ramsay). Un’esclusione che stride con quei fiocchi neri sfoggiati con orgoglio e perseveranza solo dodici mesi fa da uomini e donne che sfilavano a testa alta sul red carpet dei premi Oscar 2018.
L’ingente numero di candidature per due opere come La Favorita di Yorgos Lanthimos, e Roma di Alfonso Cuaron, e l’inclusione di un lungometraggio d’animazione immaginifico e stupefacente come Spider-Man: un nuovo universo, sono piccoli bagliori di luce in un cammino difficile, buio, tortuoso e irto di pericoli. Un percorso che si fa sempre più ripido e difficile da sopportare, nella speranza che il 24 febbraio arrivi presto e ci lasci indenni, almeno quella sera, di polemiche e disillusioni.

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