TRIPLE FRONTIER, la recensione del film Netflix diretto da J. C. Chandor

0
105
Triple Frontier

Triple Frontier

La guerra genera mostri. Sono esseri invisibili, ammantati di sangue e capaci di avvolgerti con il loro manto pregno di oscurità. Si insinuano silenti nella profondità dell’inconscio altrui radicandosi in ogni ricordo, sentimento, sensazione. Non è semplice dimenticarli, allontanando da sé gli orrori a cui si ha assistito e cancellarli come gesso dalla lavagna della memoria. “Disturbo post-traumatico” lo chiamano. Sam Mendes lo aveva raccontato bene nelle fasi finali di Jarhead in cui perfino l’attesa logorante di una guerra che non si combatterà può attivare un contro-circuito psicologico così potente da destabilizzare l’equilibro psico-fisico del più forte dei marine.
I personaggi di Triple Frontier (disponibile su Netflix) tentano di riprendersi a modo proprio dal ritorno dalla guerra. C’è chi vende case, chi segue il fratello nelle gare di boxe, e chi da quel mondo non riesce in alcun modo a distaccarsi. Ed è proprio Santiago “Pope” Garcia (Oscar Isaac) a chiamare a sé i suoi vecchi compagni di “avventura” (interpretati da Charlie Hunnam, Pedro Pascal e Garrett Hedlund) con l’intento di portare a casa il colpo della vita. Reduci da un evento che li ha profondamente cambiati e ignorati da quei poteri che li hanno avviati verso la giungla della guerra, non appena vedono un riscatto dalle tinte illegali, lo colgono a pieni mani, per riscattarsi, respirare, dimenticare vendicandosi. “Per il tuo paese ti sei preso cinque pallottole e non puoi neanche comprare un pick-up: è questo il crimine” ricorda Santiago a Tom “Redfly” Davis (Ben Affleck). Basta una frase per far affiorare le remore e i rimorsi, ed ecco che dall’abitacolo della sua auto il ragazzo si ritrova sul triplice confine tra Bolivia, Brasile e Paraguay.

Triple Frontier

Nessun piano-sequenza o inquadrature ricercate e colme di virtuosismo atte a sorprendere. La regia di Jeffrey McDonald Chandor (già autore di Margin Call e 1981: indagine a New York) è semplice, segue i personaggi indugiando sui loro volti o muovendosi tra carrellate, panoramiche, e inquadrature statiche ora dall’alto, ora dal basso. Per iniziare ad apprezzare il film bisogna superare la barriera della prima mezz’ora: un’attesa ponderata, attenta, riflettente la stessa dei personaggi sullo schermo pronti ad agire quando giunge il momento più opportuno.
Triple Frontier si presenta come un buon film d’azione, proponendo tutti gli elementi del genere. Eppure in un mondo sempre connesso e bulimico di storie da divorare attraverso uno schermo, questa riproposizione accurata dei film d’azione, mescolati ai war e heist movie, non riuscirebbe a sorprendere se non arricchito da un ingrediente segreto (o pseudo tale) capace di distaccarlo dai suoi simili. Così come ben sperimentato da Mendes e da Denis Villeneuve in Sicario, Triple Frontier alla guerra al signore affianca la guerra interiore, vissuta dai singoli protagonisti nel silenzio della propria mente. Chandor però non è Villeneuve, e per quanto tenti di dar vita a un film introspettivo, qualcosa manca sempre. La sceneggiatura, ad esempio, non si dimostra all’altezza del comparto visivo, attoriale e del ben più interessante soggetto di base. Il copione non ha molta consistenza. I personaggi non vivono appieno il conflitto tra i loro valori e il loro lato malvagio, portando a un’involuzione interiore ed empatica. Un’assenza, questa, che indebolisce il prodotto finale, intaccando negativamente anche la caratterizzazione di ogni singolo esistente. La precoce eliminazione dell’antagonista esacerba questo gap, tanto che i personaggi non riescono a diventare davvero antagonisti di se stessi.
Triple Frontier si limita dunque a farsi piacere, ma senza esaltazione. Ciò non significa che l’opera non sia un buon film. Supportato dalla bravura di attori perfettamente calati nella parte (uno su tutti il solito Oscar Isaac, profondo, introspettivo, magnetico) il lungometraggio tiene l’attenzione dello spettatore alta, ma non stende, non manda KO. È un piccolo buffetto che poteva trasformarsi in un pugno ben assestato.