SICARIO, la recensione

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El Paso (Texas, USA) e Juárez (Chihuahua, Messico): il giorno e la notte, separati da una sottile linea di confine. Il torbido letto del Rio Grande divide un territorio di legge e tranquillità in pieno stile texano da quella che oggi è considerata come la città più pericolosa al mondo. L’universo clandestino del narcotraffico ha segnato per sempre uno storico passaggio di frontiera come Juárez e ha aperto le danze a una vera e propria guerra, urbana e suburbana, tra forze armate statunitensi e cartelli e pandillas del luogo. Una zona d’ombra che non conosce la differenza tra bene e male, un circuito di violenza fine all’autoaffermazione che riempie l’acre cielo juarense dell’eco di continue sparatorie e spaventose esplosioni. Su questa terra di tutti e nessuno si muove silenziosa e decisa la figura di Alejandro (Benicio Del Toro), uomo dal passato scuro e denso come il sangue che scorre tra quelle strade, dove l’impiccagione di un uomo rappresenta un inequivocabile messaggio di predominio. Chi non appartiene a nessun luogo, non appartiene a nessuno: questo è il credo di Alejandro.
A kilometri di distanza, battezzato dalla polvere dell’arida città di Phoenix (Arizona), si consuma un efferato delitto con rari precedenti: le mura di un’anonima abitazione celano decine di corpi che hanno trovato la propria fine nell’indistricabile groviglio delle meccaniche del narcotraffico. La superficie dell’intreccio rappresenta il mondo in cui si muove l’ingenua e idealista agente dell’FBI Kate Macer (Emily Blunt), singolarità femminile proiettata in una dimensione ad alto tasso di virilità, decisa più che mai ad arrivare all’identità dei responsabili di quella strage. “Arriverai a chi è realmente responsabile” ribatte Matt Graver, capo della delicata operazione anti-droga che condurrà Kate tra le strade di Juárez, interpretato da un Josh Brolin rivestito di quel carisma e di quella maturità artistica in grado di donare al suo personaggio un’intrigante e inafferrabile profondità. Matt e Alejandro sono compagni e complici nel silenzio di uno stile di vita che non può essere descritto a parole. “Niente avrà senso ai tuoi occhi americani” ammonisce la controllata voce di Del Toro, pesando a dovere ogni singola parola; il volto dell’attore portoricano, sul quale si distende un’eloquente glacialità, sembra portare addosso un’intera foresta di cicatrici invisibili, memorie di sfide e sconfitte che non sono riuscite a piegarlo.
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Il regista e sceneggiatore canadese Denis Villeneuve si muove dalla Pennsylvania di Prisoners alla frontiera messicana di Sicario, dall’integrità morale di una singola comunità alla totale assenza di una solida architettura di ordine e legislazione, mantenendo però intatta tutta la sua abilità nello studio e nella valorizzazione degli spazi. Mentre in Prisoners il campo d’azione era circoscritto agli angusti interni di abitazioni e fabbricati di provincia, dove la familiarità delle mura di casa soffocava metaforicamente il desiderio di giustizia e la libertà di riscatto individuale, in questo caso ogni ampia e solenne inquadratura (con i minuscoli protagonisti posti spesso al suo esatto centro) mira, invece, a immortalare la nostra impotenza e il nostro status di pedine insignificanti tra gli ingranaggi di un meccanismo infinitamente più grande di noi, come nel caso di un corteo di autovetture governative, magnificamente ripreso dall’alto, in cauto movimento sulla schiena di una città/bestia che attende solo di essere destata.
E’ una lunga e sofferta presa di coscienza, quella dell’agente Macer, integrata in un film che non nasconde la propria appartenenza a un cinema adulto che parla agli adulti. Poiché gli occhi di Kate sono anche i nostri occhi. La bravissima Emily Blunt porta in vita un personaggio che trabocca d’ideali ma, allo stesso tempo, vittima di passività, come un testimone che assiste inerme al compiersi di un atto che la sua mente non riesce a concepire. I pressanti dubbi, alimentati dalle fosche azioni dei suoi compagni di squadra, cedono gradualmente il posto a una nuova e crudele visione d’insieme; allo stesso modo, il nostro sguardo, come supportato dal simbolico visore a infrarossi utilizzato da Kate all’interno di quei cunicoli segreti che permettono il proliferare del narcotraffico, dovrà maturare nella consapevolezza dell’invisibile e imparare a guidarci anche al calare della notte.
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