Il Massacro di Fort Apache, primo capitolo della Trilogia della Cavalleria Nordista di John Ford con John Wayne, Henry Fonda e Shirley Temple

Tra gli anni Quaranta e Cinquanta, il cinema di John Ford prese una piega sociale, caratterizzandosi, in particolare, di personaggi maggiormente legati al retaggio americano e al folklore; portatori sani di valori, perfettamente configurati nell’accezione baziniana del western come “il cinema americano per eccellenza“. Attraverso il tema del viaggio infatti, Ford dava vita a personaggi con cui andare a configurare temi come la lealtà, il senso della famiglia, e il Mito della Frontiera; quest’ultima in particolare, andrà via via a sfumarne l’accezione in negativo, raggiungendo il punto di disillusione massima ne L’uomo che uccise Liberty Valance (1962). Cinquantaquattro anni prima però, Ford realizza il primo tassello della Trilogia della Cavalleria Nordista, con quel Il massacro di Fort Apache (1948) – a cui seguiranno I cavalieri del Nord Ovest (1949) e Rio Bravo (1950) – che è si celebrazione dei valori dell’Esercito Unionista, ma anche sagace riflessione sull’etica militare e dell’uomo.

John Wayne ne Il massacro di Fort Apache

Nel raccontarne però, Ford sceglie una via atipicamente insolita. Il massacro di Fort Apache, pur rientrando nella classica dicotomia cowboy-indiani, presenta alla base una narrazione “anomala”. Laddove il cinema americano ha sempre preferito raccontare dei suoi eroi attraverso la glorificazione delle vittorie; ne Il massacro di Fort Apache, Ford sceglie di farlo strumentalizzando una sconfitta – per mezzo di una narrazione fortemente rievocatrice della disfatta custeriana a Little Bighorn. Espediente riconducibile, probabilmente, al passato bellico del cineasta di Com’era verde la mia valle (1941); il cui orrore e trauma traspaiono dalle parole del Cochise di Inclàn, nella risoluzione del conflitto scenico.

John Wayne, Il fiume rosso, e la consacrazione fordiana

L’opera segna anche la definitiva consacrazione di John Wayne come eroe fordiano, reso possibile, indirettamente, dalla partecipazione dello stesso Wayne al “contemporaneo” Il fiume rosso (1948) di Howard Hawks. Un dramma storico a cornice western in cui Wayne divide la scena con Montgomery Clift; dando vita a una dinamica padre-figlio insolita e violenta. La performance di Wayne nei panni del mandriano Thomas Dunson è vibrante, intensa; prestando il volto a un personaggio che incanala valori totalmente antitetici a quelli del Ringo di Ombre rosse (1939): possessivo, violento, manipolatorio, crudele.

John Wayne la svolta fordiana con Il fiume rosso

Vedendone il risultato sul grande schermo, Ford rimase così colpito da esclamare: “Non sapevo che quel figlio di pu***na sapesse recitare!“; comprendendo appieno come il “suo” Wayne fosse finalmente cresciuto – pronto per ruoli più maturi e complessi. Il Capitano York de Il massacro di Fort Apache, va infatti ben oltre la sua dimensione da deuteragonista; venendo infatti rivestito dell’aura da portatore sano di valori, degna del Tom Joad di Furore (1940) o dell’Ethan Edwards di Sentieri selvaggi (1956) – tanto da tornare nel successivo Rio Bravo.

Nel cast del film disponibile su Amazon Prime Video figurano John Wayne, Henry Fonda, Shirley Temple, Victor McLaglen; e ancora Pedro Armendariz, Ward Bond, George O’Brien e John Agar.

Il massacro di Fort Apache: la sinossi del film di John Ford

Stati Uniti, 1864. L’integerrimo e meticoloso Colonnello Thursday (Henry Fonda), si trasferisce a Fort Apache assieme alla figlia Philadelphia (Shirley Temple). Nominato comandante dell’avamposto, il Colonnello è tutt’altro che entusiasta del trasferimento; vedendolo piuttosto come una sorta di “esser messo ai margini” della Cavalleria. Giunto al forte, Thursday realizza dello stato di salute della sua guarnigione; tra questi spiccano il Capitano Kirby York (John Wayne) e il Tenente Manuel O’Rourke (John Agar), figlio d’arte del Sergente Maggiore O’Rourke (Ward Bond).

Il giovane O’Rourke perde ben presto la testa per Philadelphia, ma a seguito di una potenziale scorribanda degli Apaches; il Colonnello gli impedisce di proseguire il corteggiamento temendo per la vita di sua figlia. Ben presto, l’astio verso Fort Apache e il senso d’inadeguatezza, spingeranno Thursday a mettere a repentaglio l’integrità della sua guarnigione per la ricerca sfrenata di gloria e (auto)affermazione. Sarà l’inizio di una carneficina senza eguali.

Henry Fonda e John Wayne ne Il massacro di Fort Apache

Un incipit essenziale nel mito della Frontiera Americana

Un cavalleggero in campo medio – e poi lungo – suona la carica dei suoi sullo sfondo della Monument Valley. Gli Apaches scendono lungo la vallata. La Cavalleria si aduna in perfetta armonia tra suoni epici e drammatici; apre così il racconto de Il massacro di Fort Apache in una panoramica con cui Ford denota da subito la sua grande abilità di composizione d’immagine. Con un semplice movimento di macchina infatti, il cineasta de Sentieri selvaggi configura le basi tematiche e topos del suo cinema; nella magnificenza della Monument Valley e nel tema del viaggio tipicamente fordiano per mezzo della diligenza.

Espediente con cui, non soltanto “rassicurare” lo spettatore sui temi di contorno de Il massacro di Fort Apache; ma anche presentarci la dimensione scenico-familiare dei Thursday e le dinamiche relazionali. Nella “rigidità” del Colonnello Owen di Fonda e nella spensieratezza giovanile della Philadelphia della Temple. In pochi istanti, Ford delinea i contorni della caratterizzazione da outsider del militare; in un breve cenno di background testuale, da cui emerge la criticità della “destinazione” Fort Apache tra promozioni e degradazioni, e la ratio delle sue intenzioni sceniche – ponendovi così le basi drammaturgiche del conflitto interno.

Una scena de Il massacro di Fort Apache

Le prime battute di racconto si caratterizzano, soprattutto, del respiro del west, in un susseguirsi di sputacchiere e locande; e ancora quadriglie e diligenze e ritorni a casa di figli riabbracciati da padri, con cui Ford ci fa saggiare la fiducia nel Mito della Frontiera. Ma soprattutto il delineare una visione a tutto tondo della Cavalleria Nordista andando oltre la rigidità degli Ufficiali; giocando sul cameratismo di Tenenti e Sergenti – da cui emergono gli agenti scenici di McLaglen, Bond, Armendariz ma soprattutto di Agar.

La presenza scenica del Tenente O’Rourke infatti, è essenziale nell’economia del racconto, nell’intreccio con l’arco narrativo della Philadelphia della Temple. Ford delinea una vivace dinamica amorosa che dà sfumatura e colore al racconto de Il massacro di Fort Apache; allargandone così oltre che gli orizzonti relazionali, e valorizzandolo di una forte carica empatica. Parallelamente, l’ingresso scenico del Cap. York di Wayne, permette a Ford di giocare con le polarità del reggimento in modo più netto. Nella tenace leggerezza eroica di Wayne che si oppone all’integerrima inquadratura militare di Fonda; il cuore del racconto de Il massacro di Fort Apache, la cui opposizione cresce con il dispiegarsi della narrazione.

Il massacro di Fort Apache: una rilettura etica della dicotomia cowboy-indiani

Carrellate di poetica sconfitta, tra trombette che suonano la carica e baionette sguainate, nella crescita del ruolo scenico degli Apaches tra polveroni e carovane disarcionate; con cui Ford procede verso un progressivo depotenziamento della dimensione scenica della Cavalleria. Ne emerge così un quadro tutt’altro che eroico ed epico; piuttosto di uomini semplici, condannati a una vita di Frontiera, dove del whiskey di terza scelta è la chiave della sopravvivenza.

Ford va così a configurare, per mezzo di un semplice segnale di fumo, una transizione delicata tra i toni romantico-familiari di primo e secondo atto, e quelli crudi del terzo; con cui far scattare di netto il racconto nella sua accezione dicotomica in una compenetrazione tra le due componenti. La crescita della posta in gioco rompe così l’equilibrio scenico della dinamica romantica; facendo così emergere terrore, violenza, e il talento scenico di Fonda e del deuteragonista Wayne.

Una scena de Il massacro di Fort Apache

Lo sviluppo di racconto permette infatti di allargare ancora di più la forbice delle differenze caratteriali tra Thursday e York in uno scontro dialettico mortalmente critico, tra cieca vendetta e integrità militare con cui spazzar via Cochise; e l’etica, il rispetto, l’accettazione del compromesso della non-belligeranza. Espediente arguto, con cui Ford fa così emergere la profonda anima sociale del suo racconto, innalzando prepotentemente la posta in gioco. Così facendo infatti, il cineasta de Ombre rosse, affida al Cochise di Inclàn, un messaggio di rabbia sociale figlio della sua epoca storica post-bellica:

[…] però è bene che una nazione non sia sempre in guerra. I giovani muoiono, le donne intonano canti tristi, e i vecchi muoiono di fame nell’inverno; per questo ho stretto un patto con il vostro governo […].

La climax che fa la storia del cinema western

Il trombettiere chiama l’adunata, gli squadroni avanzano fieri, un campo lunghissimo ed epico e in controcampo il campo medio di Cochise e il suo battaglione. Della terra lanciata per aria, una carica in colonna per quattro, e la rassegnazione alla resa di un paio di cannocchiali gettati per terra; Ford disegna così, la climax di una narrazione atipica per il cinema di genere, fatta di gola di montagne e fucilate. Espediente funzionale tuttavia, per raccontare del fallimento della disumana visione militare; qui incarnata negli ideali bellici “cocciuti” del Thursday di Fonda ma dalla portata decisamente più ad ampio raggio.

John Wayne ne Il massacro di Fort Apache

Poi una corsa dalle retrovie sullo sfondo delle Monument Valley, Wayne corre a cavallo, fiero, giungendo in soccorso del Colonnello e una nube di fumo; in un campo lungo in semi-soggettiva ad armi deposte, Ford concretizza un passaggio di consegna oltre lo schermo e le dinamiche narrative. Da Fonda a Wayne, il cineasta di Cavalcarono insieme (1961) sceglie il suo nuovo interprete-principe, affidando al “suo” feticcio il ruolo di portatore sano di valori americani; disegnando così, per mezzo di una sconfitta, una celebrazione – di riflesso – degli ideali della Cavalleria:

“Nessuno li dimentica perché non sono morti, essi vivono. Eccoli lì, Collingwood e gli altri, e continueranno a vivere finché vivrà il reggimento. La loro paga è di 30 dollari al mese con la razione di carne e gallette; ma mangeranno la biada dei cavalli se la campagna sarà lunga. Litigheranno per un pessimo whisky, poi si divideranno l’ultima goccia; i loro visi cambiano, e anche i loro nomi, ma sono loro, sono il reggimento, con le sue tradizioni, ora come fra 50 anni.”

Tra le vette del cinema fordiano

L’inizio della Trilogia della Cavalleria Nordista è senza dubbio tra le più rilevanti opere del cinema fordiano; non soltanto per la sopracitata transizione attoriale, ma per l’atipicità narrativa di cui si riveste. Attraverso una sconfitta dal sapore custeriano, Ford racconta le scorie di un mondo appena uscito dal più grande conflitto bellico; affidando ai Kirby York della storia il compito di ricucirne i pezzi. Un’opera che nel testimoniare la fine dell’era di Henry Fonda, e susseguente inizio di quella di John Wayne; va a “rilanciare”, alle soglie degli anni Cinquanta, il John Ford regista western – ridando vita al western classico e al Mito della Frontiera. Il prossimo passo sarà il 1949, il colore che trasuda dai fotogrammi de I cavalieri del Nord Ovest; e Wayne nei panni del crepuscolare Capitano Brittles: il cuore dell’insita celebrazione fordiana.