BLEED – Più Forte del Destino, la recensione del film con Miles Teller

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Il poster italiano di Bleed – Più Forte del Destino

La boxe è sicuramente uno degli sport che ha avuto maggior fortuna al cinema, specialmente in America.
Praticamente ogni anno escono film di questo genere e proporre qualcosa di originale è diventato sempre più difficile. Ben Younger (regista e sceneggiatore) ci prova con Bleed, basandosi sulla vera storia di Vinny Paz, pugile italoamericano impersonato da Miles Teller, celebre per essere tornato a combattere in seguito a un terribile incidente. Tutti lo davano per finito, eppure non si è dato per vinto e ha continuato a lottare.
Siamo davanti a un’opera che tratta temi ampiamente affrontati in passato: la caduta e il riscatto è infatti uno schema narrativo tipico delle pellicole sportive. Restando nell’ambito del pugilato, nel 2015 Antoine Fuqua portò sul grande schermo il biopic Southpaw dedicato alla vita di Billy Hope (Jake Gyllenhaal). In Bleed cambia il motivo che porta al crollo della carriera del protagonista, ma la struttura rimane la medesima, classica e tradizionale nella sua costruzione.
Miles Teller, nei panni di Vinny Paz, sfodera una delle migliori performance della sua carriera. È apprezzabile l’impegno, soprattutto fisico, con cui l’attore di Whiplash ha cercato di immedesimarsi nel ruolo anche se la sua brillante interpretazione non basta a risollevare le sorti del lungometraggio.
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Bleed – Più Forte del Destino

Bleed è infatti una pellicola che non dimostra di avere un’identità propria: Younger si ispira ai capisaldi del genere, da Toro Scatenato di Martin Scorsese a Rocky di John G. Avildsen, da Million Dollar Baby di Clint Eastwood ad Alì di Michael Mann, ma fatica ad andare oltre allo schema proposto dai film predecessori del filone.
L’opera si riduce ad un collage di situazioni tipiche, senza aggiungere niente di particolare e personale. È evidente lo sguardo del regista rivolto a Scorsese (che figura per altro in veste di produttore esecutivo) per quanto riguarda la famiglia italoamericana e molto religiosa di Paz ma, purtroppo, siamo lontani dalla poetica proposta dal maestro newyorkese.
Younger si avvicina anche a Eastwood per il tema della sofferenza fisica, che segue l’incidente del protagonista, ma non riesce ad avere la sua stessa delicatezza. Egli insiste per buona parte del lungometraggio sul dolore di Vinny e sull’impossibilità di fare cose che prima sembravano semplicissime. Manca però un afflato drammatico inedito e originale, in grado di coinvolgere emotivamente lo spettatore.
Ma il difetto principale di Bleed è un altro: la scarsa importanza data alla boxe. Gli incontri sono pochi e deludenti, manca l’epica e soprattutto un comparto registico adeguato. Siamo distanti dalla regia dinamica e virtuosa che elevava Creed dalla massa di prodotti simili e affini. Un vero peccato perché, malgrado le interpretazioni convincenti di Miles Teller e Aaron Eckhart, la pellicola non risulta così efficace ed incisiva da restare a lungo impressa nella mente del pubblico.

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