ROMA e lo sguardo intimo di Alfonso Cuarón: un film da vedere

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Roma (2018) di Alfonso Cuaròn

È finalmente disponibile su Netflix l’attesissimo ROMA di Alfonso Cuarón, un viaggio cinematografico unico ed emozionante.

Il film, vincitore del Leone d’oro alla 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, ha avuto il merito di aprire un dibattito, atteso da tempo, su quale possa essere il rapporto tra la sala cinematografica e le nuove piattaforme di sfruttamento OTT.
Quello che interessa in questa sede è però studiare i molti meriti artistici dell’opera che, proprio grazie al suo coraggio sperimentale e alle innovazioni tecniche, resta un grande colpo d’autore destinato a ridefinire il cinema (sul grande schermo) del prossimo futuro. Che cosa notare quindi, per apprezzare al meglio ROMA?

Prima di iniziare potete leggere qui la nostra recensione da Venezia 75.

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Il regista Alfonso Cuaròn sul set di Roma

Meno effetti speciali, più cuore.
Per proporre al pubblico un’opera complessa come ROMA e aiutarne la comprensione può essere utile inquadrarlo nella filmografia del regista. ROMA consiste infatti in un ritorno a un cinema personale, dopo che Cuaron ha affrontato la produzione di diversi blockbuster dal budget altissimo come Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, I Figli degli uomini e Gravity. Le aspirazioni per ROMA sono ribaltate. Certo, l’elemento spettacolare è “nel sangue” del regista. La messa in scena è maestosa e la gestione dei set è estremamente complessa (quante cose accadono nello stesso momento!), ma la storia raccontata è quanto mai intima e privata.
Cleo come persona vera
Il film, fotografato in bianco e nero, trae ispirazione dai ricordi del regista. Roma è il quartiere di Città del Messico, una città in fermento che sta per affacciarsi alla modernità. Lo sguardo è quello della domestica Cleo, una persona che dalla sua prospettiva umile, osserva e vive sulla sua pelle i cambiamenti del nucleo famigliare alto borghese con cui vive.
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Roma (2018) di Alfonso Cuaròn

La modernità non è un traguardo semplice
Il Messico raccontato da Cuaron è un mondo in constante tensione di cambiamento. Le molte influenze culturali sono mostrate nelle strade, dalle rivolte studentesche alle esercitazioni di massa con le arti marziali e, soprattutto, con la presenza insistita della macchina del padre di famiglia. Un oggetto di prestigio, simbolo di un retaggio statunitense, troppo grande per potere entrare nelle case messicane, ma irrinunciabile status symbol.
Quante storie
La messa in scena, da sempre punto di forza del regista, è talmente roboante e complessa che potremmo definirla da vero blockbuster. Attraverso i lunghi piani sequenza e le panoramiche, che restituiscono un senso di realtà quasi “virtuale”, Cuaron racconta più storie contemporaneamente. Grazie alla profondità di campo le inquadrature valorizzano l’ampiezza dell’aspect ratio 2.35 : 1. L’effetto? Tantissime storie in un’unica inquadratura. Lo spettatore è libero di scegliere quale parte dello schermo guardare: si può osservare la protagonista, e seguire le sue vicende, o guardare lo sfondo dietro di lei; e ancora cogliere il grido del Messico e i moti di un Paese in costante movimento. In una bellissima sequenza, ambientata in un cinema, siamo chiamati addirittura a scegliere se osservare il dramma che avviene in primo piano o guardare la commedia che viene proiettata, in secondo piano, sullo schermo.
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Roma (2018) di Alfonso Cuaròn

Un’esperienza di comunità umana
Il messaggio di ROMA è un forte atto di speranza, un elogio della “social catena” che stringe gli uomini gli uni con gli altri – indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza – permette loro di sopravvivere alla modernità così come alle maree, guardando il futuro con ottimismo, stretti in un caldo abbraccio. Spontaneo, emozionante, vivo.
Ecco perché ROMA è un film assolutamente da vedere, un’opera che profuma di capolavoro da osservare e ammirare senza esitazione.

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