Le pellicole del 2017 su cui (quasi) tutti vi siete sbagliati

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Le pellicole del 2017 su cui (quasi) tutti vi siete sbagliati
Le pellicole del 2017 su cui (quasi) tutti vi siete sbagliati
Sì, lo so, è un titolo arrogante, ma ci arriviamo.
Fine anno, classifiche, film: combinazione pericolosa. Per chi, come il sottoscritto, vive letteralmente la sua passione cinematografica facendo liste e classifiche in continuazione, diventa difficile non affondare nel banale.
Tutti gli appassionati hanno una propria classifica e più o meno voglia di condividerla.
Ecco che allora ho pensato di ripercorrere il 2017 ignorando la mia sequela di film amati/odiati ma confrontando le reazioni dei più, fossero critica o pubblico, alle mie. Film che ho amato che sono stati calpestati o ignorati e film che non ho sopportato e che sono stati adulati da tutti.
Per ogni pellicola ho preso in considerazione 3 elementi base:
 – perché mi/non mi è piaciuto;
 – il buon/scarso successo di critica e pubblico;
 – l’impatto che ha avuto e il suo retaggio.
Da qui, sono partito per confrontare film diversi in modi diversi. Da quelli che hanno esaltato la critica ma sono stati snobbati al botteghino, a quelli che hanno fatto nascere polemiche a non finire tra fan.
Punto fondamentale: per me vale l’anno di produzione, quindi non ho nemmeno considerato film come – ad esempio – Arrival o La La Land che da noi sono sbarcati nel 2017, pur essendo dell’anno precedente.
L’ordine è alfabetico, per evitare preferenze da classifica.
Ah, tornando al titolo arrogante, va da sé: siamo su Internet, quindi ho ragione io.
BLADE RUNNER 2049
Ovvero: dello scambiare la lentezza per noia.
blade runner 2049 trailer italiano
“Come dipingere con una cinepresa”
Quello che penso del meraviglioso affresco cyber-distopico di Denis Villeneuve è ben noto e lo trovate qui.
Quello che non capisco è come si possa accusare un film così denso di essere noioso. Gli ultimi Transformers sono noiosi, Batman V Superman è noioso. Lo sono, e come loro molti altri, perché, oltre alla loro rutilante forma, non propongono davvero qualcosa di concreto. Il che non sarebbe un male, anzi, se solo non fossero un marasma cartoonesco lanciato in faccia allo spettatore.
Amo Villeneuve perché il suo stile non oscura mai la sua sostanza, anzi: la sua forma la esalta. Questo è ben visibile nel seguito di Blade Runner. Ogni singola inquadratura non è solo un affresco compiuto e lindo, ma serve a veicolare una sensazione. Il film è lento, si prende tutto il tempo necessario e anche di più. Non ha paura di stiracchiarsi troppo, non vuole strizzare l’occhio allo spettatore casuale e “facile”.
La costruzione della storia serve a portare a momenti altissimi e a far sprofondare nello sconforto chi guarda. Anzi, chi ha la pazienza di guardare.
Perché il punto è quello: la critica l’ha amato da subito ma il pubblico l’ha soprattutto snobbato (Blade Runner? Roba da nerd).
Le critiche maggiori mosse a 2049, paradossalmente, sono arrivate dai fan del primo film e sono le stesse mosse a suo tempo al capostipite di Ridley Scott (un fenomeno che si è ripetuto per un altro film su questa lista).
E’ ciò che mi fa sperare che anche quest’opera venga rivalutata con il tempo, perché Villeneuve sta lasciando un segno molto profondo nella cinematografia mondiale, trasversalmente al cinema d’autore e a quello mainstream.
Perché 2049 è stratificato, complesso e richiede un certo sforzo, non è un film da vivere passivamente o sapendo già cosa si vuole. Ma, soprattutto, è un film di una bellezza davvero rara.
DUNKIRK
Ovvero: dello scambiare la noia per arte.
dunkirk trailer
Uno dei pochi momenti in cui Nolan ci mostra il volto di Tom Hardy
Ok. [fa scrocchiare le dita]
Sì, lo so, dire qualcosa contro un film di Christopher Nolan che non sia The Dark Knight Rises è come essere Alex Kintner sul materassino poco prima dell’arrivo dello squalo di Spielberg. Sento già la musica.
Ma (sorpresa sorpresa!) per me resta un regista fondamentalmente noioso e incapace di raccontare delle storie emozionanti. Confeziona film con bellissimi ornamenti, ma più di quello non fa.
Su Dunkirk avevo qualche aspettativa in più: dopo Interstellar (un film assolutamente meraviglioso nei primi due terzi che sbrodolava pietosamente nell’ultimo atto) lo aspettavo al varco. “Fammi un film asciutto e che mi scuota, Chris!” dicevo tra me e me. Le premesse c’erano, la storia mi intrigava, il clima d’inizio film pure. Poi nulla: il deserto.
Non un sussulto, non un battito accelerato, niente. Belle immagini fini a loro stesse che si susseguivano davanti a me, lasciandomi impassibile. Certo, tranne quando ho ridacchiato per quell’inquadratura della corsa con la barella sulla spiaggia che, contro la mia volontà, mi ricordava Benny Hill.
No buono, Chris.
Dunkirk sembrava voler essere il nuovo Salvate il Soldato Ryan (attenzione: non per la tipologia di film, diversissima, ma per l’impatto), ma quello era su un altro pianeta.
Eppure la critica è uscita di testa con Dunkirk. Il pubblico pure.
“Eh, sarò strano io” mi dicevo mentre pensavo che ormai questo film breve ma pesante, stesse per forza volgendo al termine. E invece non era nemmeno a metà.
IL LIBRO DI HENRY
Ovvero: del punire chi osa.
the book of henry clip film
Lasciatevi sorprendere. 
Qui mi dilungherò un po’, ma quello di Colin Trevorrow è un caso veramente singolare.
Safety Not Guaranteed, il suo primo lungometraggio, costato più o meno quanto una confezione di Tegolini, è stato accolto come la chicca che è.
Passato al blockbuster Jurassic World per grazia di Mastro Steven Spielberg in persona (che gli ha dato assoluta carta bianca per una nuova serie di pellicole Jurassiche), ha riscosso un enorme successo economico. Più di un miliardo e mezzo di dollari nel mondo ma senza riscontrare particolari favori della critica e, apparentemente, nemmeno del pubblico che intanto affollava i cinema.
Ha deciso allora di dedicarsi a un suo piccolo progetto semi-indipendente poco dopo essere annunciato alla regia di Star Wars: Episodio IX. Da qui il tracollo.
Il Libro di Henry viene ignorato e chi non lo ignora lo fa tra le polemiche, accusandolo di essere uno dei film peggiori mai realizzati. Trevorrow rompe con la Lucasfilm e viene rimpiazzato da J.J. Abrams al timone di Ep. IX.
Vedendo il film al cinema, in quell’unica settimana in cui è rimasto in programmazione, ho capito che la gente è completamente vittima del virus “iperbole per sentito dire”.
Non mi spiego altrimenti come questo film pur strano, contorto e assurdo sia stato accolto così.
Perché Il Libro di Henry è un film che flirta col pasticcio in tutti i modi possibili, ma ha un cuore enorme. Aggira, piega e abbatte le regole e lo fa a tutto gas. E’, soprattutto, un film che osa. Anche sbagliando.
Ma dove sarebbe il cinema se nessuno osasse più? Se allo spettatore venisse data solo la pappa pronta, esattamente come lui se la aspetta? Di nuovo, un altro film su questa lista (sì, sempre quello) ha sollevato polemiche simili.
Perché bisogna punire chi osa? Un regista come Trevorrow, dopo essere “arrivato” (tra Jurassic World e Star Wars), poteva giocarsela facile, ma ha preferito rimettersi in gioco con un film spiazzante, tra luci e ombre, che chiede un indubbio balzo di fede a chi guarda.
Invece, è sempre più facile criticare, spesso senza nemmeno aver visto o senza nemmeno prendersene la briga. Il prezzo da pagare sarà che sempre meno registi che ne hanno la possibilità oseranno e cercheranno di infrangere le barriere, di spostare il limite più in là, e sempre meno si esporranno. E, alla fine, non resteranno che i soliti rimpasti, definitivamente. E’ interessante, dopo aver visto il suo film, recuperare le interviste di Trevorrow e vedere quanta passione avesse riversato in questo progetto.
Recuperatelo, quando potete.
Odiatelo pure, non è questo il punto. Un film non deve piacere per forza e in nessun caso su questa lista è quella la questione. Il punto è: date una possibilità a tutto. Soprattutto a chi osa ed esce dagli schemi, anche se secondo voi sta sbagliando.
LOGAN – THE WOLVERINE
Ovvero: del bisogno compulsivo di avere per forza un eroe triste.
Daphne Keen è la vera sorpresa di Logan
Qui, lo so, mi attiro un altro carico di antipatie… ma non so cosa farci.
Adoro Wolverine, adoro Hugh Jackman e Patrick Stewart, mi piace il cinema crepuscolare, distopico e desertico. Questo sembrava il film giusto. Invece no, mai una gioia.
Dopo un primo capitolo da cancellare dalla storia del cinema e un secondo che definirei passabile, speravo che, con l’ultima apparizione del buon Hugh nei panni del mutante per eccellenza, ci sarebbe stato il salto che il personaggio meritava.
La critica l’ha apprezzato assai, il pubblico ancora di più. Per me è stato il festival della noia e dei personaggi mediocri.
Per tutta la sua durata, non capivo come potesse un film con questi elementi essere così piatto e dimenticabile (che è spesso peggio dell’essere semplicemente brutto). Mai entrato in connessione, mai trasmesso un po’ di pathos. Il peggio era che non sembrava nemmeno provarci, questo Logan, a trasmettere qualcosa. Situazioni e personaggi artificiosi, forzati, che fanno qualcosa solo perché lo dice la sceneggiatura, senza una reale motivazione. Scene d’azione francamente dozzinali (in questo la trilogia di Wolverine è coerente, quantomeno).
Alla fine mi è rimasto un pensiero fisso: ma davvero abbiamo così bisogno di eroi tristi per acclamare un film del genere, com’è stato possibile? Davvero basta un senso di malinconia appiccicato con lo scotch per far passare come profonda una pellicola del genere?
Forse sì. Non è necessariamente un male, ma temo abbia oscurato la reale natura del film: un mediocre action-movie con alcuni momenti depressi ficcati a forza. Chiamala fortuna.
MADRE!
Ovvero: del non capirci nulla e aver paura di ammetterlo.
madre
Jennifer Lawrence: nemmeno lei ci capisce niente, in Madre!
E’ vero, forse il film di Darren Aronofsky su questa lista è di troppo. In fondo ha già diviso fortemente tutti, pubblico e critica, tra chi l’ha acclamato come un capolavoro visionario e chi l’ha definito una latrina senza mezzi termini. Come spesso accade, la verità sta nel mezzo. Esattamente come il film, anche i giudizi su di esso sono divisi in due.
Personalmente – a sorpresa, dato che non ho mai apprezzato Aronofsky – lo trovo una delle migliori pellicole dell’anno, sicuramente nella mia top 5. Un’esperienza cinematografica assurda e fuori scala, a patto di restare attaccati coi denti anche nonostante tutta la roba che ci viene tirata addosso. Ma torniamo sempre lì: se un regista osa, esce dagli schemi anche in malo modo e alla fine riesce a lasciarmi qualcosa… ha vinto.
Per questo motivo, in molti semplicemente non hanno saputo come affrontarlo: bollarlo come “bello” o “brutto” significa non aver capito. Anzi, significa non aver capito di non aver capito. Perché un film come Madre! non lo si può ascrivere a una categoria precisa. Non si può metterlo su uno scaffale sotto un’etichetta di genere. E’ provocatorio, osceno, spinto, assurdo, tenace, esagerato, insopportabile, fastidioso, inutile. E’ tutte queste cose. Che sia piaciuto o meno, bisogna riconoscere che si tratta di un’opera nata per creare dibattito. Non affrontare il dibattito è fare un torto al Cinema stesso.
Non è questione di bello o brutto quanto di porsi oltre un livello sopra il quale il film sembrava non poter andare.
La follia assoluta e spiazzante che emerge brutalmente nella seconda metà di Madre! è da applausi ininterrotti. Oppure da alzarsi e uscire dalla sala, fate voi, il risultato non cambia: di sicuro non rinunciate per noia.
Una Jennifer Lawrence da Oscar fa il resto e si fa carico di un film pazzo, assurdo e che si sparpaglia da tutte le parti senza tuttavia mai perdere la sua identità.
E, in quel finale così dolce e così amaro, qualche corda dentro di noi vibra per forza.
STAR WARS: GLI ULTIMI JEDI
Ovvero: del perché non possiamo avere cose belle.
star wars gli ultimi jedi analisi trailer
Se non vi siete sciolti non avete un cuore
Togliamo subito ogni dubbio: Gli Ultimi Jedi è il mio film dell’anno. Ogni volta che lo rivedo acquista qualcosa.
Sì, perché un film come questo necessita più visioni, comunque: un gran numero di persone che non l’ha apprezzato (eufemismo) la prima volta ha completamente – o quasi – cambiato idea dopo averlo rivisto.
Il modo in cui Rian Johnson ha riarrangiato le dinamiche della galassia lontana lontana è mirabile: ci ha spiazzati, ci ha sorpresi, ha tirato fuori dal cilindro svolte e temi che non pensavamo possibili. E questo è anche il pomo della discordia.
La critica ha amato questo film ma il pubblico, a quanto pare, molto meno. Soprattutto i fan che si definiscono “duri & puri”.
Ora, come dico sempre, non è importante che un film piaccia o meno, ma almeno bisogna capire di cosa si sta parlando. Perché non si può odiare un film solo perché ci prende in contropiede. Non si può distruggerlo solo perché non corrisponde alle false aspettative che ci eravamo creati.
Anche in questo caso, le maggiori critiche che vengono mosse sono simili a quelle mosse a suo tempo contro L’Impero Colpisce Ancora, oggi invece ricordato da molti come il miglior film di Star Wars.
E, anche in questo caso, la cosa mi fa sperare che Gli Ultimi Jedi segua lo stesso corso.
Infine, parliamoci chiaro: Johnson ha cucito la più bella, toccante e potente scena finale di tutta la Saga. Qualcosa vorrà dire.
Piccola nota a margine: molti cinema di tutto il mondo, anche in Italia, hanno dovuto iniziare ad avvisare il pubblico che UNA CERTA SCENA di una decina di secondi è senza sonoro. Che non si tratta di un errore della sala di proiezione, ma di una scelta registica ben precisa.
Ora, non arrivare a cogliere la bellezza di quella sequenza per come è stata concepita, non capire come il silenzio assoluto sia organico alla scena, pensando si tratti di un malfunzionamento del sistema audio, è qualcosa di incomprensibile. Almeno per me.
Abbiamo davvero, come pubblico, perso fino a questo punto la capacità di farci trasportare dalla magia del grande schermo? Improvvisamente, tante cose sono chiarissime.
Ovvio, qui si parla di una minoranza di spettatori, come è – de facto – una minoranza quella di coloro che denigrano il film senza riuscire a strutturare una critica minimamente sensata. Ma, a volte, tanto basta.
THOR: RAGNAROK
Ovvero: del ridere che non è affatto una cura.
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Jeff Goldblum interpreta se stesso, sfortunatamente il film non lo rende il protagonista.
Lo ammetto: inizio a parlare di questo film e mi cala l’ispirazione.
Certo, non che sia stato all’altezza di Dante, finora, però… Non so, è che sentir definire questo polpettone piuttosto trash (e non è un complimento, in questo caso) un “capolavoro pop”, come ho letto da più parti, mi risulta indigesto.
Va bene inseguire la formula inaspettatamente portata al successo dai Guardiani della GalassiaAnt-Man, ma quelle pellicole funzionano perché la comicità è organica alla storia, scaturisce dagli elementi della stessa. Qui c’è solo una sequela di battute spesso di dubbio gusto che la storia la trascinano.
Davvero, non riesco assolutamente a capire cos’abbia di valore questo terzo film in una sotto-serie (quella di Thor) in cui nessuno dei 3 capitoli è a livelli anche solo sufficienti. Ma, se i primi due erano solo pasticci di cliché in fila, qui andiamo oltre.
La sequela di gag assurde che si susseguivano sullo schermo, dei personaggi che erano la sagra del già visto, degli effetti speciali di fattura oscena e dei plot-twist telefonati a distanza mi ha alienato da tutto. Intorno a me, la gente rideva e io ero affascinato più da questo fenomeno sociale che non dal film stesso.
Non capivo perché si volesse ridurre Banner a una macchietta senza peso, Thor a un clone malriuscito di Leslie Nielsen, una storia potenzialmente apocalittica in una barzelletta con le solite varianti cacca-culo (hey, “l’ano del diavolo” non l’ho mica inventato io, eh?). Ma non voglio sminuire il lavoro di Taika Waititi: riuscire far sembrare Cate Blanchett una babbea inutile è una bella impresa.
Io (e chi era con me) ho lasciato il cinema piuttosto sbigottito. Non tanto perché il film fosse brutto, quello capita, ma perché non mi aveva lasciato nulla. E per me questo è il peggiore dei peccati.
WONDER WOMAN
Ovvero: del politicamente corretto che ha rotto le scatole.
wonder woman trailer
“Tranquilli, le cambiamo espressione in digitale”
Siamo in fondo. Bravi se siete rimasti con me, ancora più bravi se avevate di meglio da fare.
In caso non mi fossi fatto abbastanza nemici finora, qui c’è il colpo di grazia.
Wonder Woman è un film scadente e la protagonista è un personaggio patetico. Ecco, l’ho scritto.
Sì, perché sono fermamente convinto che questo film abbia goduto di un successo non solo sproporzionato ma del tutto immeritato. Una storia scialba, piatta, con personaggi e situazioni prevedibili spesso oltre il limite accettabile del cliché. Eppure…
Come Logan (ma molto, molto di più) è un film che ha saputo sfruttare una necessità, in questo caso puramente politica.
Non mi si fraintenda: il mondo ha bisogno di eroine femminili, al mondo serve una botta antisessista. Dire che questo film ne è un esempio, però, è inascoltabile.
Voglio partire da un altro punto.
Perché adoro Rey, la nuova protagonista di Star Wars? Facile: perché è un personaggio compiuto che funziona al di là del suo sesso. Che sia maschio o femmina, almeno fino a un certo punto, poco importa.
Perché adoro Kate, la poliziotta protagonista di Sicario? Facile: perché, attraverso i pregi e difetti del suo essere donna, compie un percorso e ci immette su una strada narrativa. Perché la sua forza – il non piegarsi mai, il non cedere alla lusinga del “fuori dalle regole”- la porta dove si trova, pur rivelandosi anche la sua rovina. Eppure rimane tutta d’un pezzo.
Ecco, dove sarebbero questi elementi di forza nella Wonder Woman di Gal Gadot? Semplicemente non ci sono. Il suo è il classico personaggio femminile che viene usato per ostentare sensualità, che ha bisogno di una guida, che non prende le sue decisioni in autonomia.
E’ un problema? Non lo sarebbe, se funzionasse. Di sicuro non è l’icona femminista che tutti hanno applaudito. Qui sta il fulcro di ogni mio discorso in questo articolo.
E, ribadisco, il film in sé è mediocre a voler essere di manica larga.
Insomma, ridatemi Sarah Connor, Ellen Ripley e soprattutto quella Leila Organa che, da quest’anno, ci mancherà di brutto. Questa Wonder Woman, piatta, sperduta e interpretata da un’attrice bella sì, ma senza carisma e con due sole espressioni, tenetevela pure.
Tanto, come dicevo all’inizio dell’articolo, ho ragione io.