Intervista a Lùcia Verissimo, regista di Eu, Meu Pai E Os Cariocas

intervista Lucia Verissimo

Lùcia Verissimo e il padre Severino Filho

Lùcia Verissimo respira musica fin dalla nascita: il padre e lo zio, Severino Filho e Ismael Netto, sono stati i fondatori del gruppo Os Cariocas, pionieri e simbolo della bossa nova.
All’alba dei 60 anni, dopo una carriera principalmente dedicata alla recitazione, Lùcia decide di rendere omaggio alla vita e alla carriera del padre con il suo primo lavoro da regista: Eu, Meu Pai E Os Cariocas (qui la recensione), presentato al festival Agenda Brasil a Roma.
Abbiamo incontrato Lùcia Verissimo all’apertura della rassegna, chiedendole di raccontarci qualcosa in più su suo padre e sull’importanza dell’arte e della musica nella sua vita.
Innanzitutto, è chiaro come Rio de Janeiro abbia un ruolo fondamentale in tutta questa storia.
Per un brasiliano è forse una cosa scontata, ma come si può descrivere l’importanza di Rio nel panorama culturale a chi non ha familiarità con il suo Paese?
Rio de Janeiro è stata la capitale del Brasile, fino al 1960: era la città responsabile per tutto quello che succedeva nel Paese. Iniziò con l’insediamento della famiglia reale a Rio, fino a quando la capitale fu spostata a Brasilia.
La sua importanza è rimasta quella: non c’era una tradizione rurale come, per esempio, a San Paolo e non c’erano sovvenzioni federali. Poi, dopo molti governi ladri, siamo arrivati a oggi.
Ma la sua rilevanza è stata sempre quella di capitale culturale. Essere di Rio de Janeiro e fare cultura è una combinazione divina!
Siamo da sempre noi che esportiamo la cultura al resto del Paese.
Riguardo alla musica c’è poi un dettaglio molto importante: durante la sua dittatura, Getùlio Vargas, che era un dittatore molto colto, prese la radio privata di Rio, fortemente indebitata, e la trasformò nella Ràdio Nacional. Ne fece la più grande incubatrice della musica popolare brasiliana, degli sceneggiati radio e da lì sono usciti i grandi autori brasiliani. Cantanti, compositori, orchestre… Era l’epoca dei grandi Maestri di origine italiana come Panicali, Gnattali e Peracchi, che costruirono le “nuove orchestre”.
In questo modo Rio ha mantenuto il suo stampo di capitale della cultura.
È molto interessante come nel documentario riesca a collegare la vita e la carriera di suo padre con i tumultuosi eventi sociali e politici degli ultimi 70 anni di storia brasiliana.
In particolare dice di essere stata lei a convincerlo a rimettere insieme il gruppo Os Cariocas dopo la fine della dittatura, nel 1988. Era perché sentiva che suo padre aveva ancora qualcosa da dare come artista o c’erano anche motivi più personali?
Niente di personale. Lui negli anni fuori dai riflettori aveva comunque continuato a fare il suo lavoro di direttore d’orchestra e arrangiatore. Mancava come artista alla cultura brasiliana.
Os Cariocas erano (e sono stati fino alla fine) i principali e ufficiali rappresentanti della bossa nova.
Durante i vent’anni di assenza dai palchi l’invasione della musica americana è stata molto forte e la bossa nova non veniva più suonata e nello stesso periodo ritornarono anche Jobim e João Gilberto.
Nel documentario, Dori Caymmi dice: “Oggi nessuno vuole diventare un artista, vogliono solo diventare famosi”.
Venendo da una famiglia di artisti, cosa pensa che un aspirante artista debba imparare dalla vita e dalla lunghissima carriera di suo padre?
Dori ha detto una cosa molto interessante.
Questo periodo che stiamo vivendo, con tutte queste “celebrità”, è insopportabile.
Sembra non esistere più la qualità, ma solo la quantità a venire premiata. Dipingendoti il fondoschiena di giallo e mettendolo in mostra raccogli molti più seguaci rispetto a quelli che avrebbero un Luigi Pirandello o un William Shakespeare.
Questa continua ricerca della celebrità dà molto fastidio.
Io vengo da una famiglia in cui il nonno era scrittore, la nonna pianista classica, mio padre e mio zio sono stati geni della musica, mia zia una soprano magnifica, come si vede anche nel film… ma tutti loro si ritenevano operatori dell’arte. Era un lavoro, come il giornalista, come i proiezionista. Era un mestiere, non volevano il glamour.
Ricordo quando, da piccola, andavo all’aeroporto per accogliere il ritorno di mio padre. Si aprivano le porte e lui era lì, molto elegante. Si è sempre vestito in modo impeccabile!
Lui salutava e tutta la gente intorno urlava… e io non capivo perché! Lui andava in mezzo alla gente, salutava tutti, anche per strada, come uno qualunque.
Vicino a dove abitava c’era una delle più grandi favelas di Rio de Janeiro, la “favela del pulcino”. Durante la dittatura i militari hanno appiccato incendi e ucciso molte persone. Mia madre fece un progetto per recuperare gli sfollati, sistemarli da qualche parte.
C’era un boss molto temuto, che la polizia non riusciva mai a trovare, che era pazzo per mio padre e quindi nessuno poteva toccarlo, girava sicuro anche di notte!
Mio padre è sempre stato a contatto con tutti gli strati sociali: dai grandi palazzi in cui suonava anche per il governo di Kubitschek alla favela in cui passava le serate a bere qualche birra.
Io sono stata cresciuta così, non capisco il senso di tutto questo glamour. Mio padre era una persona molto umile, vorrei essere più come lui!
Ho personalmente adorato il finale, con quel lungo applauso/tributo molto toccante alla persona e all’artista che abbiamo conosciuto nel film.
Com’è venuta l’idea della sequenza? Era qualcosa di pianificato o è nata per caso mentre – come visto nel film – diceva addio al suo “migliore amico”?
Nessuna pianificazione, è stato casuale.
Io operavo la camera 1 del film, quindi gli intervistati parlavano direttamente con me. Chiedevo direttamente a loro di battere le mani a inizio riprese per il suono, come un ciak. La maggior parte non batteva le mani una sola volta, ma faceva un vero applauso. Durante il montaggio del film, poi, mio padre morì. Il film è diventato così un tributo e ho usato quegli spezzoni, quegli applausi, come omaggio finale. E gli ultimi due battiti sono di Badeco [morto poco dopo le riprese] e di mio padre.
Per concludere, c’è qualche canzone, cantata da suo padre, più importante di altre?
Domanda difficile!
Per me lui cantava Ela È Carioca, per ovvie ragioni!
Ma in particolare ricordo quando avevo 11 anni. Lui andò a vivere temporaneamente a San Paolo e stava costruendo uno studio là. Mi portò con sé e il giorno del mio undicesimo compleanno. Lui si comportava come se non lo fosse e mi disse di raggiungerlo alle 11 (che è l’ora in cui sono nata).
Era inverno, pioveva: mi misi l’impermeabile e lo raggiunsi allo studio. C’era la luce rossa, e io sapevo che non si poteva entrare quando fosse stata accesa. Ma la sicurezza mi disse di entrare, che mio padre mi aspettava. Appena entrata vidi un’intera orchestra e mio padre mi cantò Tanti Auguri A Te!
Negli anni ha poi composto diversa musica per me, in particolare per i miei 13 e 18 anni, con canzoni che portano il mio nome.

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