Speciale 100 anni di Monicelli: “Il Mio Nome è Brancaleone!”

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Il 16 maggio 1915 è una data da ricordare: 100 anni fa nasceva a Roma infatti uno degli esponenti più illustri del panorama cinematografico e culturale nazionale, Mario Monicelli.
Considerato da molti l’autore del primo film che apre idealmente il ciclo della commedia all’italiana, ovvero il capolavoro I Soliti Ignoti, Monicelli nel corso della sua straordinaria e illuminante carriera ha ottenuto sei nomination agli Oscar e due Leoni d’Oro al Festival di Venezia, confermandosi uno dei registi più significativi ed influenti del cinema italiano. Celebri le sue storiche collaborazioni con Toto’, Aldo Fabrizi, Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Paolo Villaggio, Ugo Tognazzi, Alberto Sordi, che più di ogni altro è stato il suo attore di riferimento, ma anche quelle con le (allora) giovani ‘leve’ della scuola toscana Massimo Ceccherini e Leonardo Pieraccioni, al quale, con la voce del nonno Gino ne Il Ciclone ha consegnato metaforicamente il suo testimone. Caratterizzati da un linguaggio versatile ed innovativo, accentuato sempre da un’arguta ironia ed un sottile velo di amarezza, le sue storie ed i suoi film, da Guardie e ladri ai I soliti ignoti, passando per La grande guerra, L’armata BrancaleoneAmici miei, Romanzo Popolare e Il Marchese del Grillo (solo per citarne alcuni), resteranno impressi indelebilmente nell’immaginario collettivo degli italiani e degli amanti della settima arte.
Per celebrare il grande Maestro ‘viareggino’ d’adozione ed il suo stile geniale, abbiamo deciso di dedicare uno speciale al personaggio più iconico e tragicomico della sua filmografia: lo spiantato e nobile decaduto Brancaleone, interpretato da un mitologico Vittorio Gassman nel dittico incentrato appunto sul cavaliere atipico e fuori dagli schemi. Dal bianco e nero al colore, negli anni lo spirito goliardico di Monicelli è rimasto quello di sempre, lo stesso che vive e rivive con noi ancora oggi.
Andrea Rurali
Ed ora spazio alle parole del nostro Cinemastino Paolo Ottomano.
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IIL MIO NOME È BRANCALEONE!
L’armata Brancaleone e Brancaleone alle crociate (Mario Monicelli, rispettivamente 1965 e 1970) possono essere considerati come un’opera complessiva, totale: sono infatti due capitoli indipendenti di una stessa saga, quella del cavaliere scalcinato Brancaleone da Norcia (Vittorio Gassman) e del suo seguito altrettanto improbabile. Ciò che ha reso quest’accoppiata memorabile è imputabile a più cause. La scrittura dei personaggi e del loro lessico, prima che quella della storia. L’archetipo narrativo è infatti quello de I soliti ignoti, ma anche quello del Don Chisciotte, avventure da cui ormai si sa cosa aspettarsi a grandi linee. Il piacere della risata e della suspense deriva dal modo in cui i personaggi combineranno l’impresa: l’epico duello con gli sgherri Teofilatto (Gian Maria Volontè) e Thorz (Paolo Villaggio) che si trasforma subito in rissa da strada; il ronzino che non risponde mai agli ordini del padrone ma è bravissimo a trovare le vie di fuga; trappole ingegnose che si rivoltano contro i loro autori. E la morte di un personaggio della compagnia, Abacuc (Carlo Pisacane), inevitabile per lasciare un tocco d’amarezza, seppure inferiore alla media delle commedie all’italiana per la natura più farsesca del film.

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La lingua dei personaggi, invece, è l’aspetto che per forza di cose arriva per primo allo spettatore: un impasto di latino maccheronico, volgare (è necessario specificare che con “volgare” si intende l’italiano medievale, e che quindi la sua accezione in questo caso non è “triviale”?) e qualche deriva dialettale, soprattutto romanesca, che spesso assume la forma di una poesia o della strofa di una canzone, anche in rima. Basti citare come esempio una sequenza di Brancaleone alle crociate: per difendere la strega (Stefania Sandrelli) dalle accuse del Re Boemondo (Adolfo Celi), Brancaleone imbastisce un’arringa tutta in versi, e da questo momento in poi la maggior parte dei dialoghi sarà espressa allo stesso modo. Ma ci sono anche dei segni caratteristici della parlata all’italiana: l’imprecazione, che si trasforma da “l’anima de li mortacci tua” a “l’anima de li tuoi miliori”, tradendo una chiara origine medievale. L’immaginario narrativo e iconografico dei film influenza tanto anche i costumi e il trucco, aspetto quest’ultimo che rende il personaggio di Gassmann ancora più surreale e dimostra l’attenzione degli sceneggiatori nella selezione delle fonti cui si sono ispirati. La parrucca e il cipiglio ricordano infatti quelli di un eroe giapponese, resi in caricatura e necessari per accentuare il divario tra l’ego di Brancaleone e le sue reali capacità. Altra dimostrazione di conoscenza della letteratura di riferimento è data dauna citazione presente in Brancaleone alle crociate: “Gerusalem sovra tre colli è posta” (“Gerusalem sovra due colli è posta” è il verso originale, canto III, stanza LV). Parole che pronuncia Brancaleone mentre il gruppo si avvicina alla città ; parole che appartengono alla Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso. Anche se non si coglie la citazione, questa è dissimulata così bene nel contesto da appartenere anche a questa storia e da rendere il film leggibile a più livelli, dissacrando poi la fonte.

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La sequenza finale è un esempio di un’altra caratteristica comune a molte commedie all’italiana: l’epilogo romanzesco, che chiude una vicenda ma allo stesso tempo pone delle basi potenziali per un’altra avventura. Brancaleone ha un conto in sospeso con la Morte, che all’inizio della sua avventura gli aveva promesso di portarlo con sé. In uno scenario che evoca la partita a scacchi de Il settimo sigillo, La strega innamorata decide di immolarsi per Brancaleone. La Morte è soddisfatta perché “li conti tornano”, la strega si trasforma in gazza e vaga per il deserto sulle spalle di Brancaleone, contento di essere sopravvissuto e con la malinconia di aver perso, ancora una volta, la donna che lo amava.
Paolo Ottomano

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