ASSASSIN’S CREED, il parere di un videogiocatore

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Michael Fassbender è Aguilar in Assassin's Creed
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Michael Fassbender è Aguilar in Assassin’s Creed
“Nulla è reale, tutto è lecito.”
L’australiano Justin Kurzel riesce ancora una volta a porre un vero e proprio displuvio tra le fila del suo pubblico di riferimento. Dopo la sua a dir poco discussa visione del Macbeth di William Shakespeare, il cui comparto visivo dettava prepotentemente legge sul parallelo contenuto concettuale, è la volta della trasposizione cinematografica di Assassin’s Creed, franchise videoludico di punta della francese Ubisoft, la cui serie principale su console e PC è attualmente giunta al nono capitolo (senza considerare fumetti, romanzi, cortometraggi e titoli su sistemi operativi minori).
La globale e stratificata narrativa del mondo di Assassin’s Creed ha da sempre permesso alla sua azienda sviluppatrice di applicarne via via le principali dinamiche alle personali vicende di vari protagonisti, andando ad approfondire sempre più la storia, i luoghi d’interesse e gli intenti dell’antico Credo degli Assassini. Non c’è dunque da stupirsi che, per il film di Kurzel, si sia scelto di mettere da parte le vicende di Desmond Miles (eroe di maggior riferimento della saga) e dei suoi antenati, al fine di eleggere un nuovo rappresentante del Credo sul grande schermo. Attraverso il personaggio di Callum Lynch (portato in vita da Michael Fassbender qui completamente assorbito dal proprio ruolo), si cerca perlopiù di riproporre l’intreccio del primo capitolo del franchise (2007), mutandone tuttavia il contesto storico (non più la Terra Santa ai tempi della Terza Crociata ma la Spagna nell’era dell’Inquisizione). Come nel gioco, il fantascientifico macchinario denominato Animus, la cui tecnologia prende piede dalle teorie sulla cosiddetta ‘memoria genetica’, permette infatti al nostro contemporaneo protagonista di rivivere in prima persona i ricordi del suo antenato spagnolo Aguilar de Nerha, membro dell’Ordine degli Assassini deceduto 500 anni prima.
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Non c’è dubbio che Assassin’s Creed (il film) risulti finora l’esperimento più riuscito nel perennemente sciagurato processo di trasposizione dal videogioco in pellicola, se non altro per l’inedita (ed eccessiva?) serietà con la quale viene trattato il materiale di partenza. Kurzel e il suo team manifestano un tale rispetto per il figlio prediletto di Ubisoft da non preoccuparsi dell’ipotetico ridicolo in cui potrebbero incorrere attuando la totale fedeltà al popolare franchise. Sembra di trovarci per la prima volta di fronte alla forte convinzione che molte delle trame videoludiche contemporanee siano, in realtà, paragonabili (per non dire superiori) alla maggior parte di ciò che il panorama cinematografico ha attualmente da offrire, perlomeno in termini di narrazione fresca e senza precedenti. Una simile prova di fiducia nel prodotto originale era percepibile anche nel recente Warcraft-L’Inizio (2016) del regista Duncan Jones ma, in quel caso, un imperdonabile errore si è dimostrato quello di mancare la chiusura di anche uno solo dei percorsi narrativi imbracciati. Assassin’s Creed, invece, si prende la briga (non sempre con i migliori risultati, bisogna ammetterlo) di comprimere in due ore di durata gran parte dell’enorme mole di materiale a disposizione e portare a conclusione almeno un importante capitolo della storia di Callum Lynch, quello della sua travagliata presa di posizione.
Al contrario della modalità di narrazione scelta per i vari episodi della serie, nei quali il protagonista dell’era presente funge semplicemente da ponte per approfondire in maniera esaustiva le epiche gesta della sua stirpe passata, Kurzel e il suo trio di sceneggiatori (Bill Collage, Adam Cooper e Michael Lesslie) optano per dedicare gran parte della durata del film alla figura di Callum e al suo rapporto con la propria famiglia, mentre le vicende di Aguilar sono affrontate con maggiore distacco (prediligendo l’azione al sentimento) e assorbono vigore più che altro dall’affascinante ricostruzione storica di quegli anni di tormenti, violenza e instabilità politica (l’intero comparto dei costumi, dal quale spicca il fedele vestiario del gruppo degli Assassini, è uno degli elementi più degni di nota). Funge da perfetto contraltare l’avanzata sede della Fondazione Abstergo, nata per volontà del CEO Alan Rikkin (un Jeremy Irons senza troppo impegno) e principale facciata della potente organizzazione dei Templari, lungimiranti burattinai in chiave massonica in ombra dietro il lungo processo che ha condotto all’attuale Ordine Mondiale (nel film questo non viene facilmente lasciato intendere).
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Come i fan di lunga data della saga di Assassin’s Creed ben sanno, l’eterna lotta tra Assassini e Templari travalica le più significative fasi della storia dell’Uomo e si articola attorno alla strenua ricerca delle cosiddette Mele dell’Eden (sì, sono più di una), antichi manufatti dall’immenso potere e testimonianze fisiche del peccato originale della razza umana. A tal proposito, si dimostra saggia ed efficace per il film la scelta di celare la vera natura dei frutti, al fine di rispecchiare la chiusura del primo episodio della serie ed evitare così di mettere troppa carne al fuoco. Il più delle volte le misteriose sfere vengono infatti descritte come semplici contenitori del “codice genetico del libero arbitrio”, un concetto pseudo-filosofico che può significare (furbescamente) tutto e niente. Per Kurzel è importante innanzi tutto introdurre le due fazioni rivali con i propri rispettivi intenti e aprire appena uno spiraglio sulle sconvolgenti implicazioni che l’esito del loro scontro può avere su scala mondiale. Tuttavia, qui si manifesta forse il problema maggiore della pellicola: a causa di forme di dialogo confusionarie per concetti generali ed eterei, lo spettatore medio che non ha mai giocato ad Assassin’s Creed trova difficoltà nel comprendere i reali obiettivi della pericolosa organizzazione templare e come la Mela dell’Eden possa essere utilizzata per raggiungere tali scopi.
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D’altro canto, alcuni succosi elementi inseriti nel film godono invece di un maggior approfondimento rispetto al loro corrispettivo nella dimensione videoludica: mi riferisco in particolare all’Effetto Osmosi, condizione psicosomatica derivante dall’esposizione prolungata all’Animus e caratterizzata dalla manifestazione di allucinazioni e percezione di realtà sovrapposte. Al contrario di Desmond, il quale non sembrava manifestare effetti collaterali negativi, la sofferenza fisica e mentale di Callum risulta ben visibile, contribuendo a facilitare la nostra empatia nei suoi confronti. Quello che i due personaggi hanno in comune, invece, è il modo in cui l’Effetto Osmosi riesce a far emergere da essi le abilità di combattimento dei loro antenati (il film riesce a chiarire esaustivamente questo processo).
In conclusione, Assassin’s Creed di Justin Kurzel risulta una pellicola estremamente soggettiva che si porta sulle spalle il fardello di un grande ‘se’: l’aver giocato o meno i vari episodi targati Ubisoft influenza notevolmente la totale comprensione e l’apprezzamento di ciò che viene mostrato. In entrambi i casi, non sarà difficile constatare gli evidenti difetti di script ma, agli occhi di un videogiocatore, l’opera in questione si avvale di un continuo ‘effetto wow’, per la sua capacità di ricreare fedelmente determinate atmosfere di gioco, e dell’inserimento di una lunga serie di elementi iconici (il taglio del dito per far spazio alla Lama Celata, il Salto della Fede, ecc.) che non possono non fare la felicità di chi ne ha approfondito negli anni il significato.
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