Roma 2015: TRUTH di James Vanderbilt, la recensione

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Photo: courtesy of Festa del Cinema di Roma
In selezione ufficiale alla 10a Festa del Cinema di Roma, lo sceneggiatore James Vanderbilt (The Amazing Spider-Man) esordisce dietro la macchina da presa omaggiando una razza di giornalisti apparentemente in via d’estinzione, eppure lo stesso regista non è nuovo al cinema d’inchiesta di questo tipo: thriller atipico scritto da Vanderbilt, Zodiac (2007) di David Fincher già inquadrava un reale processo d’indagine su più fronti con forti ripercussioni (in ambito personale e lavorativo) sulla vita dei protagonisti.
Ispirato all’opera “Truth and Duty: The Press, the President and the Privilege of Power” della giornalista ed ex-produttrice televisiva per la CBS Mary Mapes, Truth pone la lente d’ingrandimento sul cosiddetto Scandalo Rathergate che, nel 2004, interessò la figura del Presidente degli Stati Uniti George W. Bush. In vista dello scontro elettorale tra John Kerry e Bush, alcuni scottanti documenti venuti alla luce avrebbero dimostrato il favorito arruolamento di quest’ultimo nella Guardia Nazionale dell’Aeronautica per sottrarsi agli orrori della guerra del Vietnam.
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Photo: courtesy of Festa del Cinema di Roma
Sacrificando la mera investigazione a discapito di un maggior coinvolgimento dello spettatore (l’espediente dei documenti emerge a inizio pellicola e l’indagine che ne segue mira solo a decretarne l’autenticità), il film ci introduce piuttosto a una più profonda riflessione sulla natura soggettiva della verità e sul ruolo psicologicamente corrosivo giocato dal “popolo del web” nei confronti di coloro che si rendono pubblici portavoce di una rivelazione scomoda ai più. Una sempre più intensa Cate Blanchett presta il volto a Mary Mapes, vera protagonista trasformatasi in capro espiatorio ideale, mentre Robert Redford mette nuovamente in gioco la sua lunga esperienza recitativa e il suo alto carisma nel ruolo di Dan Rather (da qui il nome del caso), storico anchorman del programma CBS “60 Minutes”, punto d’origine dell’esplosione mediatica causata dalla sconvolgente scoperta.
L’uscita di Truth si colloca a breve distanza da quella di Spotlight di Tom McCarthy (presentato in concorso a Venezia 72) e La Regola del Gioco di Michael Cuesta, due importanti rappresentanti di un moderno filone d’inchiesta che, sorretto dai tempi che corrono, esplora i temi del sacrificio e del coraggio di dire e fare la cosa giusta tra coloro il cui lavoro e primo obiettivo nella vita è il “porre domande”. A tal proposito, elemento chiave al fine d’inquadrare la personalità della Mapes sono i suoi trascorsi in gioventù con il padre violento e le percosse subite per l’aver troppo domandato quando non avrebbe dovuto. Vanderbilt sembra, dunque, voler attirare l’attenzione del pubblico sulle conseguenze ultime della predisposizione all’interrogativo (più che sulle risposte alle quali si è in grado di arrivare) e su quanto la nostra libertà di pensiero sia, in realtà, soggetta il più delle volte a mediazioni e compromessi. Per ogni piccolo passo che muoviamo in direzione della Verità, c’è qualcosa che dobbiamo lasciarci alle spalle e, a meno che non siamo disposti a giocarci il tutto per tutto, essa deve spesso ridursi a una semplice interpretazione dei fatti dettata dall’esperienza.
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