MISSION: IMPOSSIBLE – ROGUE NATION, la recensione

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È la mente che costruisce il corpo!
Ed è proprio così: niente è impossibile per Tom Cruise, neanche all’alba dei 53 anni. Un action man inossidabile e senza freni, detrattore del tempo e creatore di nuova “linfa” vitale, con un fisico scolpito nel marmo che rispecchia la grazia del suo stato mentale. Fisico che, nonostante il volgere delle primavere, non è mai invecchiato. O forse si è rifiutato di farlo. La sensazionale forma atletica dell’impavido attore, coadiuvata dall’esperienza maturata sui set e al rifiuto di qualsiasi controfigura o stuntman nelle scene più estreme (quella dell’aereo su tutte), assume un valore direttamente proporzionale alla portata del film.
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E se dunque è la mente che costruisce il corpo, il regista Christopher McQuarrie, già autore del brillante e granitico Jack Reacher con Tom Cruise, ha confezionato un lungometraggio solido e a regola d’arte, uno dei migliori di tutta la serie. Il quinto episodio della saga raccoglie infatti gli aspetti e le peculiarità più originali delle precedenti pellicole per rielaborarli sensibilmente, e con intelligenza, all’interno del costrutto narrativo. Una rigorosa meccanica ad incastro supportata da uno script decisamente tonico e dinamico capace di bissare la buona riuscita di Protocollo Fantasma, la cui sceneggiatura portava la firma dell’eclettico Simon Pegg. L’artista inglese, storico volto della Trilogia del Cornetto di Edgar Wright ha affinato nel tempo le sue abilità da sceneggiatore, tingendo i dialoghi di uno humour tagliente e di stampo british, senza cadere nelle banalità più convenzionali e canoniche.

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Mission: Impossible-Rogue Nation è un film che deve la sua essenza estetica al secondo capitolo firmato da John Woo, prendendone il meglio e diventando il film che forse lo stesso Woo avrebbe voluto realizzare. Una pioggia di citazioni e di estrapolazioni concettuali provengono dalla diegesi costruita dal demiurgo orientale, avvalorata ed omaggiata anche in termini tecnici da una regia degna dei grandi virtuosi della macchina da presa. Movimenti calibrati e funzionali atti a magnetizzare lo sguardo dello spettatore, trascinandolo nel vortice di quella dimensione illusoria, ricreata da Klimt nei suoi dipinti, che rappresenta il frutto di una finzione artistica funzionale alle logiche cinematografiche. E che ancora una volta diventa reale. La percezione di essere trasportati in un mondo dove l’impossibile diventa possibile si fa sempre più viva e materiale, grazie al talento dell’agente Ethan Hunt, impegnato in un nuova missione che lo porterà nei luoghi più disparati del mondo per sgominare la cellula criminale che si nasconde dietro l’identità del Sindacato. Sulla sua strada incrocerà, oltre al capo della CIA (Alec Baldwin) e al responsabile operativo dell’organizzazione William Brandt (Jeremy Renner), la classica spia sotto copertura che non avrebbe mai pensato di incontrare (e nemmeno noi): la dinamica Ilsa Faust, una donna dal fascino conturbante e misterioso, interpretata dalla splendida Rebecca Ferguson. È lei la vera sorpresa del film. È lei la regina di cuori che McQuarrie sfodera dalla manica: un’inedita agente Hunt al femminile, mai remissiva, rinunciataria ed estremamente attraente. Una donna che non concede nulla a nessuno, tanto meno al suo corrispettivo maschile.

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Rogue Nation ha il grande pregio di saper alzare gradualmente l’asticella dell’azione, spostando qualsivoglia il baricentro delle operazioni in svariate città, così come attuato da James Wan in Fast & Furious 7, e cavalcando l’onda dei classici di spionaggio firmati da Ian Fleming.
Hunt sta a Mission Impossible come James Bond sta ai film di 007 e al contempo il Sindacato alla Spectre (o alla Smersh), e i filmmaker che si sono cimentati nella saga, in ordine Brian De Palma, John Woo, J. J. Abrams e Brad Bird, ne erano consapevoli, compreso Christopher McQuarrie al suo debutto. Il film riporta alla mente le atmosfere di alcune scene di Top Gun (la corsa in moto) e degli action movie anni ’80 di cui Tom Cruise era uno degli esponenti più rappresentativi. Un cinema fatto di uomini duri pronti a tutto per vendere cara la pelle; avventurieri spavaldi nati per affrontare adrenaliniche corse contro il tempo, come quelle ricreate da George Miller nei suoi Mad Max e nel più recente Mad Max: Fury Road.
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Anche l’ermetico Sean Harris, nel ruolo del villain, riesce ad affermare il carattere da antagonista ostile e difficile da affrontare, un infallibile calcolatore che riesce a manipolare le mosse del suo avversario e a prevederne gli spostamenti. Da sottolineare inoltre la straordinaria sequenza dell’opera di Vienna: è l’apoteosi del montaggio sonoro legato alle immagini che riscrive il ‘Nessun Dorma‘ della Turandot appositamente per la scena. Una sequenza che andrebbe deframmentata e analizzata in ogni singolo fologramma nelle accademie di cinema.
Mission: Impossible – Rogue Nation è un kolossal action assolutamente azzeccato che colpisce nel segno e riesce a conquistarsi un posto d’onore tra i blockbuster del genere più significativi delle ultime stagioni.
Missione Compiuta Mr. Cruise (in attesa di vederlo nella sesta già in lavorazione in casa Paramount)!

Rating_Cineavatar_4-5

Per approfondire l’aspetto cine-musicale di Mission: Impossible – Rogue Nation leggete la recensione della pellicola al seguente link:
http://www.colonnesonore.net/recensioni/cinema/3884-mission-impossible-rogue-nation.html

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6 Risposte

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