LOCKE (film), la recensione

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Tom Hardy in Locke

Presentato ‘Fuori Concorso’ nel 2013 alla 70a Mostra del Cinema di Venezia, il film di Steven Knight arriva nel panorama cinematografico attuale con un’idea ben precisa: puntare sulla scrittura, sulla narrazione e sui dialoghi, per staccarsi con ‘originalità’ dalla schiera (mono)tematica di pellicole che veicolano l’attenzione sulle immagini d’impatto e gli esponenziali effetti speciali.
Molto spesso le giornate trascorrono senza nessun particolare episodio che ci porti a considerarle importanti o significative ai fini della nostra esistenza. Ma alcune volte dettagli che riemergono prepotenti dal passato possono farci ripensare alla trasformazione dell’esistenza intera.
In Locke il protagonista, interpretato da un intenso Tom Hardy, si trova a dover affrontare uno di quei momenti destinati a cambiare per sempre la sua vita. Una telefonata appena bisbigliata, che precede lo sviluppo della trama, muterà drasticamente il cammino di Ivan Locke, uomo di successo e (si presume ottimo) padre di famiglia, che affronterà il suo destino all’interno dell’abitacolo di un auto.
Durante gli ottantacinque minuti del film, ripresi in tempo reale dal regista, veniamo resi partecipi e catapultati nell’esistenza del personaggio, contraddistinta da comportamenti monolitici riconducibili ad un trattato notturno di etica morale, contrapposti a scelte dolorose che influenzeranno il corso degli eventi.
Determinati modi d’agire portano inevitabilmente a compiere delle azioni impreviste, a commettere degli errori, ed è proprio di fronte a questi ultimi che la sopravvivenza prende il sopravvento. Locke vivrà la metamorfosi dei suoi “solidi principi”, mettendo a rischio tutta la sua esistenza e confrontandosi con i demoni del proprio passato.
Difficile realizzare un film di questo genere, con un solo attore e una sola location, che riesca a colpire in maniera così efficace lo sguardo e la concentrazione dello spettatore, come lo era stato precedentemente con i thriller analoghi In linea con l’assassino di Joel Schumacher e Buried-Sepolto di Rodrigo Cortés.
Steven Knight, qui anche sceneggiatore, riesce nel suo intento di costruire un film coinvolgente che potenzialmente aveva tutte le carte in regola per diventare un capolavoro. Purtroppo non raggiunge appieno il suo obiettivo a causa di alcune imperfezioni, dovute ad una mancanza di crescente tensione e ad un finale, forse, risolto in maniera troppo approssimativa e risoluta.
In ogni caso resta una pellicola sicuramente da vedere ed ammirare, apprezzandone le peculiarità, quali la magnifica fotografia (con un velo d’ispirazione a Collateral di Michael Mann) di Haris Zambarloukos, che dopo questa esperienza ha collaborato con Kenneth Branagh alla costruzione della mitologica Asgard in Thor, e naturalmente l’interpretazione avvincente di Tom Hardy. Si consiglia, se possibile, la visione in lingua originale. recensione
Andrea Scubla

Rating_Cineavatar_3-5