EXODUS-DEI E RE, la recensione

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Reduce dall’esplorazione di un oscuro microcosmo all’interno dell’ambiente della malavita messicana nel recente The Counselor, il demiurgo Ridley Scott riprende subito in mano la cinepresa e torna a manipolare una dimensione a lui cara, quella storica, attingendo questa volta da uno dei libri più famosi dell’Antico Testamento: il lungo viaggio di liberazione che vede il popolo ebreo in fuga da una secolare era di schiavitù sotto il giogo dei faraoni d’Egitto e raggiungere la tanto agognata Terra di Canaan, casa dei loro padri, sotto la guida del patriarca Mosè.
Portato già in vita da Theodore Roberts e Charlton Henston nei due monumentali “I Dieci Comandamenti” di Cecil B. DeMille, il famoso principe d’Egitto prende il volto in Exodus-Dei e Re del camaleontico Christian Bale, come sempre in grande spolvero. Il suo Mosè cela in sé una vena d’intensa fierezza e vere doti di generale e condottiero. Sarà proprio il suo talento in battaglia a rappresentare la prima vera incrinatura nel rapporto tra lui e il fratello acquisito Ramses (Joel Edgerton), ancor prima che nella mente di Mosè s’insinui il dubbio dell’appartenenza o meno alla stirpe di Abramo. Attorno al personaggio di Bale, si stagliano figure (protagoniste o comparse) che poco o nulla hanno dei tratti caratteristici di chi è originario di quei luoghi, ma che rispondono perfettamente agli evidenti requisiti del kolossal hollywoodiano, come anche fu per il celebre lavoro di DeMille sopra citato. Troviamo, quindi, star del panorama americano come John Turturro e Sigourney Weaver, messi all’angolo in ruoli che avrebbero sicuramente meritato un maggior approfondimento, una ritrovata Maria Valverde, della quale Scott sembra aver fatto emergere l’inaspettata ed autentica bellezza, e l’instancabile Ben Kingsley a impersonare l’unico esponente del popolo ebraico graziato dal cineasta inglese con una benché minima dose di caratterizzazione.
Ma è proprio alla sostanziale differenza dall’opera di DeMille che Exodus deve la sua parziale riuscita. Come già aveva fatto Darren Aronofsky nel suo “Noah”, anche Ridley Scott inserisce l’elemento di un’ipotetica pazzia nel suo protagonista: mette cioè in dubbio, da bravo regista ateo qual’è, la presenza di una reale volontà divina che muova le azioni di Mosè e ottenga il rilascio del proprio popolo attraverso lo scatenarsi delle tradizionali dieci piaghe, rappresentate contemporaneamente come manifestazione di un potere superiore e fenomeno scientificamente plausibile e dimostrabile, quasi come se, all’interno di una reazione a catena, ogni evento causasse inevitabilmente quello successivo. Rappresentativo di questa cosciente presa di posizione è senza dubbio il momento in cui Aaron Paul (Breaking Bad, Need For Speed), spiando Mosè da dietro un cespuglio, lo scopre a parlare con sé stesso, a causa della propria incapacità di scorgerne il divino interlocutore; o anche l’interessante scelta di far avvenire il primo incontro tra Dio e Mosè in seguito ad una terribile frana, che porta quest’ultimo a battere violentemente la testa, con conseguente perdita di conoscenza. Ed è proprio il loro fatidico primo incontro a comunicarci quanto il rapporto tra i due sia stato volutamente privato di ogni sorta di solenne sacralità: anni luce lontani dall’iconica e possente voce divina di DeMille, il Dio di Scott viene rappresentato come un bambino, non simbolo di purezza e bontà, ma capriccioso e antipatico, quasi in aperta competizione con un Mosè che ammette la propria incapacità di portare a termine quanto da lui richiesto.
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Dov’è quindi che Exodus perde vigore ed entra in contraddizione con sé stesso, rispetto agli obiettivi che si è prefissato? Fin dalle prime sequenze, appare palese quanto il vero interesse del regista sia rivolto più al rapporto e al conflitto tra i due fratelli, cresciuti come pari e divisi a causa di qualcosa infinitamente più grande di loro, piuttosto che alla sorte di un intero popolo reso schiavo (la bilancia della compassione sembra, anzi, pendere più dalla parte delle famiglie egiziane) e ad un qualche tentativo di fedeltà storica. Tutto ciò che gravita attorno a questo rapporto, ad eccezione forse del fattore divino, ci viene raccontato in modo rapido e approssimativo, lasciando in sospeso diverse curiosità che trovano risposta solamente nelle molte altre versioni, cinematografiche e letterarie, giunte fino a noi. Saltata a piedi pari l’infanzia condivisa di Mosè e Ramses, il problema sorge nel momento in cui questo legame, tramutatosi presto in scontro aperto, viene privato di ogni sorta di enfasi e drammaticità con l’entrata in scena delle famose piaghe, cioè a quello che sarebbe dovuto essere il suo naturale apice, rappresentato invece splendidamente ne “Il Principe d’Egitto”, lungometraggio animato della Dreamworks. Mettendo da parte un Joel Edgerton non particolarmente carismatico e coinvolgente, la forza dell’ingrediente fraterno sembra rientrare in scena solamente una volta giunti alle vaste acque del Mar Rosso, ma dandoci purtroppo l’idea di essere ormai fuori tempo massimo.
recensione
Gli anni passano e il Maestro ci sta ultimamente abituando ad un suo personale standard di pellicole, impeccabili sul lato tecnico e delle idee, ma spesso macchiate da contraddizioni e da un montaggio finale non sempre all’altezza. Criticato da molti, adorato da molti di più, è capace come pochi di ottenere il via libera dall’industria cinematografica per dar vita a sontuosi kolossal in grado ogni volta di riempire le sale di tutto il mondo. Come recita il nome della sua casa di produzione, la Scott Free, fondata assieme al compianto fratello Tony (al quale, inoltre, questo film è dedicato), Ridley mantiene intatta ancora oggi la propria visione e libertà e, fattosi carico di un’esperienza lunga una vita, è capace di regalarci dosi di spettacolarità che, nel bene e nel male, non possono comunque lasciarci indifferenti, una volta giunti allo scorrere dei titoli di coda.

Rating_Cineavatar_3-5

Per approfondire l’aspetto musicale del film leggete la recensione della colonna sonora al seguente link:
http://www.colonnesonore.net/recensioni/cinema/3548-exodus-gods-and-kings.html

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Una risposta

  1. 4 Marzo 2016

    […] aver inanellato una serie di ottime performance in Zero Dark Thirty, Il grande Gatsby, Exodus e nel recente Black Mass, Joel Edgerton debutta alla regia con The Gift, film di cui è anche […]

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