DOGMAN, la recensione del film di Matteo Garrone

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DOGMAN di Matteo Garrone – Foto di Greta De Lazzaris

Marcello è un uomo minuto e tranquillo che vive in un’imprecisata periferia e gestisce un salone di toelettatura per cani. Le sue giornate sono scandite dal lavoro, dal tempo trascorso con l’amata figlia Alida e da un ambiguo rapporto di asservimento a Simoncino, un individuo violento e prepotente che spaventa l’intero quartiere. Marcello ne è terrorizzato e affascinato al tempo stesso, lo asseconda nelle sue malefatte, si sacrifica per lui. Il risultato è quello di venire maltrattato in misura sempre crescente. Ma ogni sopportazione ha un limite…
Dopo l’incursione nel mondo fantasy con Il racconto dei racconti, Matteo Garrone torna a proporre un cinema a lui più familiare (quello che peraltro lo ha portato alla ribalta della critica nei primi anni duemila), attingendo a piene mani dal serbatoio pulp della cronaca nera italiana. Dopo il “Nano di Termini” de L’imbalsamatore e il “Cacciatore di anoressiche” di Primo amore, per Dogman l’autore prende le mosse dal brutale delitto del “Canaro della Magliana” del 1988.
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DOGMAN di Matteo Garrone – Foto di Greta De Lazzaris

I macro-temi del rapporto uomo-animale e dell’esplosione della ferinità sono affrontati con estrema lucidità e inquadrati in una sorta di speculare ring composition: se in principio sembra scontato che sia l’uomo a dover tenere a bada i latrati e la ferocia della bestia, progressivamente saranno i cani, mansueti, ad assistere alla brutalità della natura umana.
Approcciarsi a Dogman (ma al cinema di Garrone in generale) significa approcciarsi ad un universo narrativo articolato, dalle sfumature molteplici. Maestro nella mescolanza di “alto” e “basso”, il regista romano si supera per l’ennesima volta nel far convivere aspirazioni autoriali, ormai stabilmente consolidate e riconoscibili, con stilemi cinematografici derivanti dall’universo dei generi popolari. Si pensi ad esempio all’ambientazione squisitamente western: i campi lunghi introducono lo spettatore in una desolazione architettonica in cui dominano le grandi insegne dei locali, il vento soffia impetuoso, il frastuono della moto ricorda i minacciosi zoccoli del cavallo del bandito-oppressore del villaggio.
Nonostante la sofferenza sia soprattutto di carattere psicologico, nella parte finale viene anche scomodata tanta grammatica narrativa propria del filone torture di stampo statunitense, con la spettacolarizzazione della pena, che ha il proprio culmine nella morte del soggetto torturato, posto al centro dell’inquadratura e mostrato senza censure.
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DOGMAN di Matteo Garrone – Foto di Greta De Lazzaris

Colpisce sempre, infine, l’equilibrio di convivenze difficili, per cui si assiste ad estemporaneità di regia e recitazione con costruzione quasi maniacale della messa in scena, (iper)realismo e artificiosità, una fotografia dal tocco caravaggesco, tipico di Garrone, capace di far emergere ambienti e persone dall’oscurità giocando sapientemente con luci e ombre.
Grazie anche all’aiuto di un team collaudato (gli sceneggiatori Ugo Chiti e Massimo Gaudioso e il montatore Marco Spoletini lavorano con Garrone da più di quindici anni), Dogman si inserisce in una filmografia compatta e coerente, espressione tra le più alte di un grande autore, vero e proprio vanto per il cinema italiano.

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