SOLO: A STAR WARS STORY, la recensione del film di Ron Howard

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Alden Ehrenreich è Han Solo in Solo: a Star Wars Story

Non è semplice essere un film di Star Wars. Si ha a che fare con aspettative fuori misura, con la necessità di creare hype a ogni passaggio in sala e, ultimo ma non per importanza, si deve interagire con la fan base più esigente (per usare un eufemismo).
Solo: a Star Wars Story sembrava destinato a fallire in partenza sotto tutti questi aspetti. I problemi di produzione, la campagna marketing arrivata in ritardo, non hanno creato l’attesa clamorosa dei precedenti capitoli. Sin dalla produzione si percepiva aria di disfatta, a causa di un attore protagonista (Alden Ehrenreich) mai accettato dagli appassionati e di un cambio in cabina di regia a dir poco drastico. Per questo motivo la storia del giovane Han Solo arriva in sala già smitizzata o, per lo meno, pesantemente affaticata. In molti proveranno godimento nel dire “ve l’avevo detto” quando il film verrà affossato da qualcuno. Eppure viene da pensare a cosa sarebbe successo se questo spin-off non fosse appartenuto al canone starwarsiano. Veramente avremmo gridato alla disfatta se non fossimo stati abituati a un franchise che, anche nelle peggiori manifestazioni, ha influito sull’immaginario collettivo come nessun altro? 
Certo, Solo è di gran lunga il più “debole” tra i nuovi episodi di Guerre Stellari, è sfilacciato, teso tra un western e un noir. La regia di Ron Howard fatica a valorizzare i momenti di climax, appiattendo tutto in una monocromia emozionale oltre che visiva. Solo non ha la forza dei film di Star Wars, non ne ha nemmeno l’immaginario. È una corsa fatta in compagnia di personaggi in cui è impossibile identificarsi come si potrebbe fare con un Luke o una Rey. Manca l’incombere di un villain iconico come Dart Fener o il fascino esoterico dei Jedi, per rendere la storia memorabile.
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Alden Ehrenreich ed Emilia Clarke in Solo: a Star Wars Story

Ma, perché un “ma” è necessario, Solo ha del buono. Vi è prima di tutto un sapore antico, retró se vogliamo essere eleganti, nelle inquadrature. Sembra paradossale ma, evidenti limiti nel budget, o nel tempo di post produzione, hanno costretto la regia a evitare l’uso enfatico di campi lunghi, focalizzandosi soprattutto sui volti dei protagonisti. La spensieratezza dell’avventura, ininfluente sul canone o sulla psicologia di Han, permette al film di diventare un leggero prodotto di intrattenimento. Leggero. Ciò che era il primo Guerre Stellari e che ora, dopo avere conquistato il mondo, non può più permettersi di essere.
Il giovane cowboy dello spazio, con i suoi amori improbabili, le sfide a carte in cui perdere tutto, la morale mai interrogata, costringe il giovane pubblico a fare i conti con un cinema che è esistito, ma che non si vede più. È un’opera fuori tempo, fuori dalla nostra epoca, e fuori da quello che vogliamo da Star Wars. Ma non è forse questo il senso di uno spin-off? Dare libertà creativa, potere esplorare altri toni e luoghi dell’universo. Ron Howard, o i precedenti registi Lord e Miller, non è dato saperlo, esplora la galassia dal basso, su un piano umano. Il bell’inizio è esemplare: un inseguimento ad altezza strada, come quasi mai se ne sono visti nella saga. Una guerra a metà tra Orizzonti di Gloria e Starhip Troopes, senza alcun dramma o pretesa autorale, che funziona nel contesto singolare dell’opera, ma che poco si addice alla direzione intrapresa dalla storia portante. Smettere di rischiare, è il rischio più grande che si prende questa “Star Wars Story”. Eppure è inevitabile che, volendo dare ai fan un Guerre Stellari all’anno, ci siano delle parentesi trascurabili. Non tutto può essere pietra angolare, tassello fondamentale di un franchise. Solo va preso per quello che è: un nuovo sguardo su un universo che amiamo, un buon film d’intrattenimento di Star Wars.

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