Venezia 73, la realtà virtuale è il futuro del cinema?

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Venezia 73, la realtà virtuale (VR) è il futuro del cinema?
Venezia non significa solo film in concorso e red carpet, ma anche sperimentazione e prospettive sul futuro. Nel contesto della mostra, coerentemente con il tentativo di essere una vetrina del cinema che verrà, è possibile provare l’evoluzione più recente (e quindi più avanzata) di realtà virtuale, già disponibile sul mercato.
L’apparato è semplice: lo spettatore indossa un visore che, posto di fronte agli occhi, riempie lo sguardo con le immagini. Se gli occhi non vedono nient’altro che video, le orecchie, coperte da cuffie ad altissima fedeltà, non possono ascoltare che i suoni provenienti dalla storia narrata. Nulla di nuovo se non fosse che, in questo caso, sia i fotogrammi che i suoni sono mostrati con tecnologia 3D. Questo significa che l’utente ha di fronte a sé immagini dalla profondità eccezionale, come quelle che possiamo vedere in sala con gli occhialini 3D, e senza limiti di spazio. Ad esempio, se si muove la testa o si gira il proprio corpo a 360º si può osservare ciò che accade dietro e di lato, evitando interruzioni della continuità visiva, proprio come se girassimo la testa (ricordate, rispetto alle esperienze virtuali più note questa è tutta in 3D. E vedere in 3D è assai più immersivo dell’equivalente in 2D, come si può immaginare). Ma non è tutto: se un personaggio sta parlando “guardandoci negli occhi” e noi decidiamo di girare la testa, possiamo sentire la voce spostarsi fino a provenire dalle nostre spalle. Un’esperienza impressionante che, i lettori più fortunati, possessori di un visore targato Samsung, possono già replicare scaricando sul proprio dispositivo i video disponibili.
Una tecnologia del genere potrebbe facilmente mettere fine all’ormai poco immersivo cinema in sala. Ma è proprio così?
Vi diamo subito la risposta, personale e accorata, da cui vorremmo aprire una discussione. Probabilmente, in un futuro prossimo (15-20 anni?) il cinema andrà alle corde, ma risorgerà e sopravviverà.
Il problema principale, quando ci si approccia a delle grandi innovazioni tecnologiche, è la paura. Si tende facilmente, in prima battuta, a essere spaventati dai cambi si status quo, senza riuscire a vedere gli effettivi vantaggi. Proviamo a farlo noi: la VR (Virtual Relality) è innanzi tutto uno strumento dall’incredibile potenziale didattico. Con la VR si può osservare un luogo in dettaglio, esplorarlo con lo sguardo, entrare in una conversazione tra persone, sfiorare la muscolatura di un atleta mentre compie un esercizio o sentirsi parte di una partita di pallacanestro. Queste  sono azioni che possono portare il processo di apprendimento di uno studente ad essere integrato nella realtà, seppur virtuale, e quindi più veloce ed efficace.
Il secondo, clamoroso, passo avanti è insito potere curativo dell’esperienza. Le terapie, già sperimentate, che possono fare rivivere nel mondo digitale (e superare) traumi o ansie, guadagnano sicuramente una maggiore efficacia in questo nuovo livello di realismo.
Cambia il punto di vista, ormai scorporato da una visione registica, e viene lasciata completa libertà all’utente. Possiamo creare noi il film che preferiamo, guardare solo ciò che vogliamo, scegliere di spostare lo sguardo e guardare il tramonto mentre due innamorati si baciano languidamente in riva al mare.
Jesus VR è il primo film in realtà virtuale di David Hansen
Jesus VR è il primo film in realtà virtuale di David Hansen
È probabile inoltre che, con questa tecnologia, gli horror ritornino a fare paura, veramente paura.
Eppure, dopo avere provato a restare 25 minuti nel visore, è inevitabile pensare anche a tutti gli usi sbagliati dello schermo digitale che, senza controllo, si potrebbero fare. Per molti il casco potrebbe diventare uno strumento di fuga o di isolamento. Altri potrebbero non sentire più l’esigenza di osservare qualcosa in presenza ma essere appagati dalla riproduzione in pixel e così via… Ecco che, immediatamente, si apre uno spiraglio da cui può riemergere il cinema come lo conosciamo oggi. La settima arte nasce infatti come esperienza privata (inizialmente si potevano vedere brevissimi film inserendo delle monete in macchinari e guardando all’interno di una fessura) per poi diventare, nel giro di pochi anni, un strumento di coinvolgimento collettivo. Il senso del cinema in sala è quello di condividere, di ricevere una comunicazione in contemporanea, con altre persone. La realtà virtuale, ad oggi, è un mezzo potenziale di isolamento, e di frammentazione del punto di vista. Ed è proprio per questo che, ad un certo punto, il cinema inizierà a mancarci. Rimpiangeremo di avere perso (se sarà veramente così) il privilegio del punto di vista unico, della scelta registica. Vedere tutto, con la VR, equivale a non vedere nulla, a scegliere arbitrariamente senza però giungere ad un significato, ad una contrapposizione di immagini compiuta secondo un’intenzione, una volontà di un autore. Ecco perché le proiezioni di Jesus VR – The Story of Christ, progetto a 360° diretto da David Hansen e in uscita a Natale, e degli estratti video mostrati a Venezia, non ci abbiano mostrato il futuro del cinema ma solo… un altro medium molto simile. Come la fotografia è stata per la pittura, così l’immersione digitale sarà per il film. I due mezzi comunicativi si affiancheranno, interagiranno tra di loro ma, probabilmente, nessuno scomparirà mai veramente.
Il progresso a volte può essere spaventoso, altre volte esaltante. Personalmente non vedo l’ora di capire cosa potremmo fare veramente con questi nuovi, straordinari, mezzi. Ma di una cosa sono certo: il cinema si modificherà, si adatterà ai tempi, ma non ci saluterà tanto presto.
Gabriele Lingiardi