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A Disneyland Paris c’è una montagna russa che si chiama Rock ‘n’ Roller Coaster. La sua particolarità è quella di raggiungere, in un solo secondo, i centodieci chilometri orari. Un avvio fulminante, il suo, che lascia senza fiato; il cuore ti finisce in gola, le urla sovrastano le musiche degli Aerosmith e l’adrenalina corre a mille. Ma cosa c’entra questa attrazione con The Umbrella Academy, la nuova serie di supereroi tratta dall’omonimo fumetto di Gerard Way e disponibile su Netflix dal 15 febbraio 2019? Semplice: analizzando il suo sviluppo, la serie risulta perfettamente paragonabile al roller coaster disneyano. Il suo avvio, dalla regia dinamica, capace di lasciare a bocca aperta, è un copia e incolla di quello caratterizzante questa montagna russa. In The Umbrella Academy tutto inizia il primo ottobre 1989 quando, allo scoccare del mezzogiorno, 43 donne partoriscono all’improvviso, senza nemmeno essere incinte. Un evento eccezionale, fuori dal comune, che spinge il filantropo Sir. Reginald Hargreeves (Colm Feore) a ricercare quei neonati dotati di qualità eccezionali e dare così vita al suo progetto: l’Umbrella Academy. Di quei 43 bambini, Hargreeves riesce a trovarne soltanto sette. Sette, come i giorni della settimana; sette, come le meraviglie del mondo; sette come i peccati capitali; sette come i protettori di un pianeta Terra costantemente battuto dalla pioggia del crimine.

Eppure non è tutto oro quel che luccica. Seduti davanti allo schermo, la sensazione che ci assale andando avanti con la visione di questa serie è la stessa che ci pervade quando ci ritroviamo a testa in giù sul Rock ‘n’ Roller Coaster: la fiamma, accesa e bruciata così velocemente, si sta spegnendo con la stessa velocità. È come se tutti i punti di forza e le più forti emozioni vengano sfruttate all’inizio, rendendo così impossibile eguagliare in seguito quella stessa sensazione iniziale. Troppo forte, troppo improvvisa, troppo sorprendente; aver giocato tutte le carte migliori all’inizio vuol dire, cioè, non riuscire a soddisfare le ormai elevate aspettative del proprio pubblico.
Ciò non significa che i protagonisti di The Umbrella Academy non siano capaci di attirarci a loro, accendendo in noi il desiderio di condividere, anche solo per un giorno, o un’ora, i loro poteri. Sulla scia di supereroi come gli X-Men, o i Watchmen (ma non dimentichiamoci Gli Incredibili di casa Disney Pixar), i protagonisti ci lasciano entrare nel loro mondo, svelando punti di forza e debolezza, permettendoci addirittura di sbirciare nel loro passato con flashback adrenalinici supportati da un contrappunto musicale che, partendo da tale contrasto sonoro-visivo, emoziona ancora di più. Ma chi sono questi famigerati membri dell’Umbrella Academy? C’è Luther (Tom Hopper), il leader del gruppo dalla forza sovrumana, spedito dal padre sulla Luna per “una missione molto importante”. Seguono Vanya (Ellen Page) – l’elemento emotivamente più empatico dell’Academy, ma anche il più “ordinario” – ed Allison (Emmy Raver-Lampman), star del cinema, separata e con una bambina, capace di manipolare i pensieri altrui. A questi tre si aggiungono poi Diego (David Castaneda), Numero 5 (Aidan Gallagher) e Klaus (Robert Sheehan). Il primo è quello che si può considerare un vigilante mascherato. Numero 5 viaggia nel tempo e nello spazio (sarà la sua ricomparsa a dare il via agli eventi dopo la morte di Hargreeves) mentre Klaus parla, suo malgrado, con i morti.
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