VOX LUX, un ipnotico ritratto del XXI secolo – Recensione del film di Brady Corbet

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#25 Vox Lux di Brady Corbet
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Natalie Portman in Vox Lux (2018)
I rumori dei cancelli della morte sono una “scarica di colore”. Con queste parole Celestine descrive i momenti drammatici vissuti dopo la terribile sparatoria avvenuta nella sua scuola. Proprio in quegli attimi offuscati, scanditi da un immobilismo frenetico e laconico, la 14enne firma un patto col diavolo, una promessa sancita col sangue che diventerà una “nuova” missione di vita.
Presentato in concorso a Venezia 75, Vox Lux di Brady Corbet racconta la storia di Celeste, una giovane sopravvissuta a un eccidio scolastico che inizia la sua ascesa nel mondo della musica. Dalle ceneri della tragedia risorge così una fenice destinata a diventare un’acclamata popstar. Il film si sviluppa in un arco temporale di diciotto anni, dal 1999 al 2017 e segue le tappe fondamentali della carriera di Celeste attraverso il suo sguardo dicotomico e misterioso.
Come nasce una stella ce lo spiega il regista del potente The Childhood of a Leader, ma con un impianto e una prospettiva diversa da quella utilizzata da Bradley Cooper in A Star is Born, più luminosa nonostante gli esiti. Con Vox Lux ci troviamo a osservare un’eclissi di luce: la formazione casuale di una star nel corso degli anni, con brusche accelerazioni temporali che nulla tolgono alla forza di un racconto che si muove fra innumerevoli sfumature, fra le tenebre formali e contenutistiche che rappresentano solo un pretesto per formulare un’analisi sulla contemporaneità, che non ha niente di prosaico o di superficiale.
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Natalie Portman e Raffey Cassidy in Vox Lux
La cupezza cenerina del 35mm (per un film che parla dell’era digitale) affatica lo sguardo, costretto a farsi spazio fra i drammi palpabili della protagonista (prima Raffey Cassidy, poi Natalie Portman): vittima del terrorismo, simbolo in un’America scossa, spaventata, infine pop star all’apice del successo, e insieme al punto più basso della vita privata. Vox Lux è (l’ennesimo, in questa Mostra) film fortemente moderno, capace di offrire una visione disincantata sulla crescita, sul dramma del terrorismo (non mascherati i riferimenti alla Columbine e all’11 Settembre) e su come questo segni in modo cruciale e indelebile (“viviamo nell’età dell’ansia”, ha detto il regista alla stampa). Ma è anche un’opera sugli incontrollabili, e spesso indecifrabili, miti d’oggi, sulla percezione che si ha di essi e sulla loro influenza sociale. Si scivola così in un cono d’ombra di pervasivo malessere: una storia di deriva personale dalla quale non è difficile allargare il campo, perché diventi specchio di una morsa comune, di una globale difficoltà di messa a fuoco. La voce narrante (di Willem Dafoe) che accompagna il racconto, o forse lo ricostruisce, oltre a filmati amatoriali, contribuisce a dare già alla storia quell’aura di “classico contemporaneo”, di vita da raccontare, illustra o meno, sollevandola ogni tanto dal gioco della finzione. Perché nel film di Corbet l’illusione ha radici lunghe e robuste che si calano in ciò che viviamo, senza particolari reticenze. Perché come canta Celestine “First The money, second The show”, prima i soldi e poi lo show. Perché per lei il piacere, la trasgressione, il peccato arrivano prima del dovere, del rispetto, della rettitudine. 
Vox Lux è il ritratto scheletrico di una star che dona la sua anima a Lucifero e rinasce  dall’oscurità. Natalie Portman sale in cattedra e lascia esplodere il suo estro per portare in scena un cigno nero in versione elettro-pop, una diva funerea dal cuore metallico che all’inizio “prega” e poi diventa “preda” (il concetto Pray-Prey che ritorna nel film), in una decadente metamorfosi esistenziale. La capacità di Brady Corbet di ribaltare le logiche di inizio e fine (titoli di testa e coda invertiti) e plasmare un personaggio tanto nevrotico quanto cinico e venale restituisce alla pellicola una dimensione allucinata, perversa e sincopata, che folgora la mente di chi guarda. Ipnotico.
Alessandro Curini & Andrea Rurali