Venezia 72: RABIN, THE LAST DAY di Amos Gitai, la recensione

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4 novembre 1995: Piazza dei Re di Israele accoglie il comizio, tenuto dal Primo Ministro e Premio Nobel per la pace Yitzhac Rabin, in sostegno dei noti accordi di Oslo che, per la prima volta, hanno introdotto il popolo arabo e quello ebreo al dialogo. Al termine della manifestazione, nel momento in cui Rabin si appresta a salire in macchina scortato dalle sue guardie del corpo, il giovane militante dell’estrema destra israeliana Yigal Amir, facendosi strada tra la folla, si avvicina lentamente al premier con beretta alla mano e lo colpisce tre volte alla schiena. Il tentativo di salvargli la vita, da parte dello staff di medici dell’ospedale Ichilov, si dimostrerà vano.
7 settembre 2015: a vent’anni di distanza, il regista israeliano Amos Gitai (Ana Arabia, Carmel), presente anche alla scorsa edizione della Mostra del Cinema di Venezia con il cortometraggio The Book of Amos (inserito all’interno del film collettivo Words with Gods), concorre al Festival con Rabin, the Last Day, opera che rielabora scrupolosamente le dinamiche di quella tragica notte del 1995 che segnò, secondo il pensiero dello stesso filmmaker, la fine dell’unica vera democrazia del Medio Oriente.
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Attraverso una sapiente mescolanza di elementi cinematografici, teatrali e documentaristici, già ampiamente collaudata nel corso della propria filmografia, Gitai si fa portavoce di un doloroso squarcio che, ancora oggi, attanaglia la sua terra e, ricostruendo le indagini condotte dalla commissione Shamgar, pone prima di tutto la lente d’ingrandimento sulle numerose falle nella sicurezza dell’evento e sulle varie incongruenze tra le testimonianze raccolte. Una vera e propria campagna d’odio profondo, quella condotta contro Yitzhac Rabin (paragonato addirittura alla figura di Hitler) da una destra radicale che vede nel sionismo l’unica soluzione possibile alla sua politica unificatrice. L’apice di questo folle sentimento si può riscontrare nel delirio religioso delle scuole di rabbini dal quale scaturiscono anatemi e maledizioni di ogni sorta; lo stesso delirio che intralegge nelle sacre scritture la giustificazione per un omicidio che venga messo in atto allo scopo di raggiungere un equilibrio di comune benessere.
Il sorriso dell’israeliano (non palestinese, ricordiamolo) Yigal Amir, il sorriso di chi è del tutto convinto d’aver agito nel bene di un intero popolo e che vede le sue azioni giustificate dalla fede che predica, pietrifica più dell’atto in sé e non cerca il perdono degli uomini. Gitai si muove lentamente in quel mare di rabbia e ci mostra individui orgogliosi e resi ciechi da una dottrina impartita fin dalla più tenera gioventù e supportata, in questo frangente, da pareri psichiatrici sulla ”folle e instabile” personalità di Rabin. Non sempre facile da seguire nel suo insieme, a causa dell’ingente quantità d’informazioni storiche e giuridiche che ci sono fornite e che riguardano strettamente il quadro mediorientale, Rabin, the Last Day non manca comunque di coinvolgere lo spettatore grazie ai suoi panni da avvincente thriller politico incentrato su un episodio di cronaca nera che non finisce di destare sconcerto e perplessità.
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