TITO E GLI ALIENI, la recensione del film di Paola Randi

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tito e gli alieni
Tito e gli alieni (2018) di Paola Randi
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Tito e gli alieni (2018) di Paola Randi
Associare il cinema italiano alla fantascienza risulta piuttosto complicato. Tralasciando una pur eroica parentesi produttiva nel periodo d’oro del nostro cinema di genere (anni ’60 e ’70), astronavi, basi militari segrete e scienziati alla ricerca di forme di vita extra-terrestre non appartengono certo alla tradizione culturale e cinematografica italiana. Tuttavia, si possono notare negli ultimi anni alcuni tentativi di trapiantare (in maniera, bisogna specificare, poco più che goliardica) dinamiche e strategie espressive fortemente collaudate nell’immaginario, grazie soprattutto alla fantascienza statunitense, all’interno di piccole o medie produzioni nostrane. Pellicole come L’ultimo terrestre del fumettista Gian Alfonso Pacinotti (conosciuto come Gipi) o L’arrivo di Wang dei Manetti Bros. sono esempi rilevanti di questa tendenza, e anche Tito e gli alieni, secondo lungometraggio di Paola Randi, deve essere letto in quest’ottica.
Valerio Mastandrea è Il Professore, bizzarro scienziato che dopo la morte della moglie vive isolato nel deserto del Nevada, lavorando per il governo degli Stati Uniti a un progetto segreto relativo all’Area 51. Il suo unico rapporto umano è con Stella (Clemence Poesy), organizzatrice di matrimoni per turisti alla ricerca di alieni, almeno fino alla comunicazione della morte del fratello Fidel (Gianfelice Imparato) e all’affidamento dei nipoti Tito e Anita (interpretati dai giovanissimi Luca Esposito e Chiara Stella Riccio).
tito e gli alieni
Tito e gli alieni (2018) di Paola Randi
Il grande punto di forza, che rende Tito e gli alieni pienamente godibile dal primo all’ultimo minuto, è la capacità di giostrare con equilibrio su registri emotivi assai differenti. Situazioni di comicità grottesca fanno da contraltare a snodi narrativi talvolta molto commoventi. Un film “piccolo”, senza pretese, che non ha la presunzione di dare risposte, ma pone allo spettatore le domande giuste e vuole raccontare un’avventura semplice e coinvolgente. I temi universali dell’elaborazione del lutto, del ricordo, della voglia di comunicare con chi non c’è più (molto dolci le sequenze in cui il piccolo Tito cerca di parlare con il padre attraverso una foto che ha rubato dalla tomba) sono affrontati con moderazione, dando origine ad un giusto mix di commedia e dramma.
Sorprendente è anche la resa fotografica, merito soprattutto del lavoro dell’esperto Roberto Forza (Il ciclone, I cento passi, La mafia uccide solo d’estate), che conferisce al film una qualità visiva non scontata per un’opera di questo tipo e supplisce a una sceneggiatura piuttosto approssimativa.
Nonostante le inevitabili carenze, Tito e gli alieni va apprezzato per l’invito convincente a guardare sempre verso l’alto, non smettere mai di cercare, continuare a porsi quelle domande che accomunano tutti gli esseri umani, che siano scienziati esperti di astrofisica o semplici bambini che vorrebbero trascorrere del tempo con i propri genitori.