RECENSIONE DEL NUOVO FILM DI SHANE BLACK, THE PREDATOR

A volte un film diventa un cult, una pietra miliare, quasi per caso.
Non per chissà quali sogni di gloria o di arte, ma perché tutto si incastra quasi miracolosamente alla perfezione.
Spesso, guardando alla realizzazione di quei film, si scopre che la produzione è stata indecisa, travagliata, con ritardi e cambi dell’ultimo minuto. Eppure, spesso grazie a un regista che nonostante tutto ha saputo imporre la sua visione, quei film diventano immortali.
In modi diversi lo sono stati cult come Lo Squalo e Blade Runner. E, perché no?, anche Predator.
L’originale guerrilla-movie di John McTiernan, che fece conoscere al mondo quel “mostro schifoso” venuto dallo spazio e creato dal genio di Stan Winston, è diventato una pietra angolare di come fare cinema d’azione. E, ancora meglio, di come coniugare i generi: film di guerra nella prima parte, thriller sovrannaturale nella seconda, puro action nel finale.

Sulla carta è ben difficile dare un seguito a qualcosa del genere, nonostante l’idea dei cacciatori alieni fosse aperta a mille diverse interpretazioni. Ma soprattutto è uno di quei casi in cui ci si chiede perché dare un seguito a un film così peculiare. Dopo i due tentativi sempre meno riusciti del 1990 e del 2010, ecco ora un terzo sequel che, a dispetto del nuovo, ennesimo, predator sempre più gigantesco, continua la parabola discendente della serie.

the predator
Un’immagine di The Predator recensione

IBRIDO

La verità è che non si riesce a trovare una vera motivazione sulla realizzazione di questo The Predator. Se il regista/sceneggiatore Shane Black, che ha preso parte al primo, iconico film e ha scritto alcuni dei capitoli meglio riusciti dell’action anni ’80 e ’90, voleva rivitalizzare la saga, possiamo dire che ha fallito. Ma la domanda permane: perché?
Certo, “fare cassa” è la risposta dietro quasi ogni film, ma almeno il più delle volte si riesce a vedere un’idea. Magari piccola, brutta e nascosta tra le pieghe di un lungometraggio malriuscito, ma c’è. Qui, purtroppo, domina l’assoluta vuotezza d’intenti.

Riassumere la trama è poco utile: non viene introdotto nessun vero elemento di novità, si riciclano idee già viste in questo o altri franchise e il tutto è eseguito – così sembra – senza il minimo impegno.
Gli unici sussulti positivi arrivano da un cast ben assortito e affiatato, a cui viene dato però davvero poco con cui lavorare.
Boyd Holbrook (Narcos, Logan – The Wolverine) e Trevante Rhodes (Moonlight, 12 Soldiers) son un ottima accoppiata di testa: i loro personaggi sono ben calibrati e c’è buona alchimia.
Olivia Munn (Liberaci Dal Male, X-Men – Apocalisse) fa quel che può con un personaggio che, a seconda di quel che serve alla sceneggiatura in quel momento, è un’esperta di biologia da laboratorio o una militare navigata. Jacob Tremblay (Room, Il Libro Di Henry) è ormai una certezza a prescindere dal film, ma anche lui è costretto in un ruolo che definire canonico e già visto è generoso.

E’ questa la cosa che fa più male guardando un sequel del classico del 1987: la mancanza di volontà nel creare qualcosa che abbia un’identità.
Certo, il predator è enorme. Certo, ci sono armi meccaniche e biologiche futuristiche. Ma nulla di tutto questo aggiunge qualcosa a ciò che amiamo di Predator. Né detrae, se è per quello.
Predator 2 era – per quanto altalenante – un interessante tentativo di diversificare il concetto. Perfino Predators aveva qualche idea interessante, nascosta sotto un film poco riuscito.
Qui abbiamo un paio d’ore di scene d’azione già viste, battute di dubbio gusto sempre fuori posto e continui e forzati ammiccamenti all’originale.

Boyd Holbrook e Jacob Tremblay in The Predator recensione

PERCHÉ?

Quello che rimane alla fine della visione è proprio quell’enorme “perché?” che ronza in testa.
Dopo un finale appiccicato con la colla e troppo, davvero troppo, tamarro non si può non chiederselo.
La totale assenza di idee, solo riciclate e al massimo riadattate, uno storytelling da asilo nido e una generale confusione nell’esecuzione sono (con l’unica eccezione positiva di un cast perlopiù azzeccato) le uniche caratteristiche distinguibili in centrifugato insapore che, prevedibilmente, affosserà il franchise per qualche altro anno.

The Predator è in fin dei conti un film maldestro e dimenticabile, senza infamia e senza lode, che ha il grosso, enorme difetto di essere l’ennesimo tentativo non riuscito di dare un seguito almeno decente a uno dei film più iconici e amati degli anni ’80.


the predator recensione