THE KING, la recensione del film con Timothée Chalamet

Timothée Chalamet è Enrico V in The King

Nella produzione shakespeariana fatta di simboli, metafore, pregi e difetti dell’animo umano, il dittico Enrico IVEnrico V non è solo una trasposizione in chiave teatrale di un evento storico. In esso si ritrova quel delicato passaggio dall’adolescenza ribelle, spensierata fatta di bevute e incontri occasionali, al mondo degli adulti caratterizzato da responsabilità. Una chiave di (s)volta esistenziale che Shakespeare traduce in parole dalla portata emozionale potente, capace di investire il proprio pubblico tramutandosi in realtà eterne e universali.
Vi è però un personaggio essenziale in questo delicato passaggio: Falstaff. È lui, il compagno di (dis)avventure di Hal, il diavolo tentatore che inizia il futuro re al microcosmo dei bordelli, delle taverne, di sprazzi di vita bagnati di alcol e sudore a essere investito di questo mutamento psicologico. Una volta asceso al trono Enrico rinnega il proprio passato ribelle e con esso il simbolo che lo rappresenta: Falstaff. Sarà quando le labbra del nuovo regnante verranno bagnate non più da calici di vino, ma dal sangue dei nemici, che Falstaff si tramuterà in fantasma, vago ricordo da dimenticare, imprigionandolo tra i confini di una semplice frase con cui comunicare nell’Enrico V la sua dipartita per crepacuore.
The King
Sono premesse doverose queste, perché in esse si ritrova la potenza dell’opera di Shakespeare, il suo portato immaginifico nell’eredità della storia, la capacità di parlare dell’uomo all’interno del macrocosmo delle lotte intestine tra regni medievali destinati a reiterarsi per sempre.
Premesse che contengono in essere tutto ciò che c’è di sbagliato in The King, nuovo film di David Michôd (Animal Kingdom) con Timothée Chalamet, Robert Pattinson e Ben Mendelsohn.
Tenendo Falstaff non solo in vita, ma affiancandolo a Re Enrico nella storica battaglia di Azincourt, Michôd e Joel Edgerton (sceneggiatore del film oltre che interprete dello stesso Falstaff) non solo sminuiscono la potenza trascinante di questo personaggio – simulacro di joie de vivre e dell’illusoria allegria in tempi di guerra – ma tradiscono il senso ultimo dell’opera shakespeariana, ponendosi come obiettivo il semplice fine d’intrattenere lo spettatore, piazzando in dirittura d’arrivo una denuncia circa la brama di potere e le conseguenze tragiche che queste comportano. Viene inoltre sminuito la potenza del suo personaggio,
Il vagare errante e inebriato da notti insonni trascorse tra feste, alcol e prostitute, quando ridotto a poche manciate di secondi poco esplicativi, indeboliscono la carica dell’opera, autosabotandola.
La forza del mutamento di Hal rimane effimera rivestendo di apatia e piattezza quello che era nato come un punto di svolta totalizzante. “Ricordate i miei giorni da principe?” chiede Enrico V appena incoronato. La risposta è ovviamente no, perché quelli a cui si riferisce sono giorni impressi solo nella memoria dei suoi consiglieri e mai condivisi con il microunverso del pubblico in sala.

The King

Carrellate in avanti, ralenti, panoramiche, sono tutti elementi costituenti una regia che si fa sentire, si mostra, enfatizzata da una performance attoriale sottomessa e mai troppo macchiettistica. Da lodare le interpretazioni di Chalamet e Pattinson. I due giovani attori non solo danno vita a due condottieri di guerra di fazioni contrapposte (Enrico V il primo, The Dauphin il secondo) ma interiorizzano caratteri e personalità diametralmente opposte con cui modellare personaggi che esacerbano la forza dell’ostilità. La rigidità di Chalamet, incapace perfino di sbattere le palpebre, si contrappone dunque all’estrema gesticolazione del secondo, volutamente grottesco.
Dal canto suo Michôd dipinge dei quadri naturali che ben si adattano al testo shakespeariano giocando in chiave meta-artistica e ipertestuale con le opere di Paolo Uccello. Quelli da lui costruiti sono ponti temporali che pur rischiando di dilatare fino ad appesantire gli interstizi cronologici tra le varie sequenze, confezionano un comparto visivo fedele all’universo bellico narrato in precedenza e per questo coinvolgente da un punto di vista sia emozionale che narrativo.
Esercizio di forma e libero adattamento del testo shakespeariano, The King soddisferà ampiamente un pubblico poco ferrato sul testo di origine, forte di interpretazioni convincenti e una fotografia espressiva, capace di passare dal buio dei giorni ribelli di Hal, al cromatismo dorato del suo regno. Liberatosi dalle catene della filologia, con fare coraggioso Joel Edgerton e Michôd tentano di dare nuova linfa vitale alle vicende di Enrico V, ma ciò che ne deriva è un progetto riuscito a metà, capace sì di intrattenere, ma senza colpire il cuore dello spettatore.
Non basta aggiornare un linguaggio che per quanto vecchio di 500 anni rimane ancora attuale, e nemmeno reiterare pedissequamente scene di battaglia viste in serie televisive come Game of Thrones (la scopiazzatura dell’episodio della Battaglia dei Bastardi è imbarazzante), per adattare Shakespeare serve molto di più.
 Film giocato su continue fratture attraverso cui far confluire il sangue vitale di un’opera che vive di sospiri senza gridare mai, The King, accelera, singhiozza senza mai lanciare l’urlo di guerra. Il discorso di Enrico V ad Anzicourt è un’accelerazione cardiaca di chi è rimasto per troppo tempo seduto e ora cerca di alzarsi; una vertigine, un giramento di testa con cui sentirsi vivi prima di ricadere nell’apatia generale.

 

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