WASP NETWORK, la recensione del film di Olivier Assayas

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Dicembre 1990. Il pilota René González scappa da Cuba per trasferirsi negli Usa, lasciando moglie e figlia a L’Avana. A Miami, René incontra altri dissidenti cubani scappati dall’asfissiante regime di Castro.
Arrivati alla fine di Wasp Network, l’ultima fatica di Olivier Assayas presentata in concorso a Venezia 76, si ha la sensazione di aver assistito a un’operazione incompiuta, non particolarmente incisiva e riuscita. È come se un corpo estraneo avesse perforato lo scudo granitico del cinema di Assayas che ha fatto della scrittura – lucida e attenta – e del linguaggio raffinato il fulcro della sua autorialità. Nonostante gli ingredienti di buona qualità (il punto di partenza è il romanzo Os últimos soldados da Guerra Fría di Fernando Morais), Wasp Network si dimostra un film tiepido, inconsistente e slegato nel montaggio.

Assayas ha sempre dimostrato grande versatilità nel plasmare la materia filmica e le varie storie attraverso generi molto diversi tra loro. A sua disposizione, questa volta, c’è una vicenda interessante e d’impatto come quella sul “wasp network” (il gruppo di spie cubane infiltrate tra i sovversivi castristi in Florida) e un cast di tutto rispetto formato da Penélope Cruz, Edgar RamírezGael García BernalWagner Moura Ana de Armas.
Gli elementi di azione e spionaggio potevano amalgamarsi meglio con gli intrecci più passionali e familiari, favorendo così un maggiore effetto di attrazione nei confronti del pubblico. Il risultato genera una narrazione di sequenze discontinue, sfilacciate, che fatica a trovare la strada giusta da percorrere. Tutto appare immobile, appesantito, senza tensione e sentimenti.
Il regista, come anche gli attori, sembra disinnamorarsi del progetto ancor prima di averlo portato alla luce. Non traspaiono emozioni, le scene sembrano non dialogare tra loro e seguire le diverse linee narrative diventa a tratti complicato. Le personalità dei personaggi non vengono indagate e, anzi, la dimensione corale del racconto porta a una frammentazione dello script ancora più accentuata. Indecisione non solo sui toni e sul registro ma anche sulla direzione da prendere, sulla regia. La storia vira continuamente creando e poi distruggendo quanto imbastito in precedenza. Al netto di tutto, la percezione è quella di assistere a un prodotto disomogeneo, a tratti limaccioso, troppo ancorato ai diktat della committenza e poco conforme alla visione reale del cineasta.
Michela Vasini & Andrea Rurali

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