STRONGER, la recensione del film con Jake Gyllenhaal

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ROMAFF12: Stronger – Photo © 2017 Fondazione Cinema per Roma

C’è una sorta di smarrita innocenza nel modo in cui Jake Gyllenhaal osserva il mondo attraverso gli occhi sgranati e impauriti di Jeff Bauman, autore del libro autobiografico Stronger. Quest’ultimo ha perso entrambe le gambe in seguito a una delle violente esplosioni avvenute durante l’attentato alla maratona di Boston del 15 aprile 2013.
E’ lo stesso protagonista a definirsi più di una volta un bambinone incapace di crescere e al quale è stato strappato qualcosa di veramente prezioso. Giocando ancora una volta la carta della propria estrema fisicità dopo la grande prova ne Lo Sciacallo (Nightcrawler), Gyllenhall si dimostra abilissimo nel restituire il forte disorientamento e l’intera gamma di debolezze emotive che, dall’oggi al domani, si sono materializzate sulle spalle di Bauman come un peso invisibile ma con forti ripercussioni sulla vita di chiunque lo circondasse.
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ROMAFF12: Stronger – Photo © 2017 Fondazione Cinema per Roma

E’ interessante come il regista David Gordon Green (Joe, Manglehorn) cerchi in un primo momento di far percepire allo spettatore tutto ciò che si muove attorno al protagonista (la famiglia, le amicizie, le numerose attenzioni e persino l’attentato stesso) come una sorta di incessante brusio di sottofondo, sul quale la pellicola andrà poi solo gradualmente a far chiarezza, in parallelo al suo sofferto percorso di maturazione e accettazione del nuovo stato fisico. Per la maggiorparte di Stronger, quella più convincente e personale, esistono solo Bauman e la sua tangibile frustrazione. L’ondata improvvisa di notorietà e santificazione, che trova il suo fulcro nella figura della madre Patty (interpretata da una perfetta Miranda Richardson in evidente stato di disfacimento), porta alla percezione di un apparente accumulo di stimoli che, unito all’interpretazione di Gyllenhaal, rinfresca e impreziosisce una struttura narrativa che non gode purtroppo del beneficio del dubbio.
Dispiace che, in dirittura d’arrivo, Stronger palesi in modo così ingombrante anche quella forte identità patriottica della quale, fin dal principio, si è sospettata l’esistenza ma che sembrava non potesse convivere con il desiderio di percorrere nuove metodologie di racconto, più focalizzate su un procedimento di analisi “dall’interno verso l’esterno”.

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