SCARY STORIES TO TELL IN THE DARK, la recensione dell’horror di André Øvredal

scary stories to tell in the dark

SCARY STORIES TO TELL IN THE DARK, Photo Courtesy Of Fondazione Cinema per Roma

Non sei tu a leggere il libro… ma è il libro a leggere te
Si dice che la penna ferisca più della spada, che le parole possano essere più dolorose dell’agonia fisica.
In Scary Stories to Tell in The Dark, nuova pellicola horror diretta dal norvegese André Øvredal, le parole sono scritte con il sangue e uccidono veramente.
La storia, tratta dal libro di racconti di Alvin Schwarts, si presenta fin da subito come una delle più classiche del suo genere: siamo nel 1968, in piena guerra del Vietnam. Richard Nixon imperversa nelle TV con la promessa elettorale – durante le prossime presidenziali – di un atto di pacificazione che porti gli Stati Uniti a dominare sul Pacifico.
Protagonista è la giovane Stella (Zoe Margaret Colletti), la quale convince i suoi amici (fra cui uno sfrontato disertore di origini messicane) a visitare una casa abbandonata nella cittadina di Mill Valley, dove la leggenda vuole che vivesse una strega di nome Sarah Bellows, autrice di un libro di storie dell’orrore scritto con il sangue delle sue vittime.
Come da manuale, la leggenda si rivelerà realtà e l’improbabile gruppo di eroi avrà di che preoccuparsi!

Dopo il mockumentaristico Troll Hunter e l’interessante debutto statunitense AutopsyØvredal porta al cinema un horror antologico per ragazzi dei più canonici sulla piazza.
Costato meno di 30 milioni di dollari, Scary Stories non nasconde l’intento di puntare a un pubblico meno maturo (lo conferma il rating PG-13) e poco avvezzo alla dimensione orririfica ma, non per questo motivo, indifferente alla proposta di un po’ di sano spavento facile.
In questa fase di moderna rinascita del genere, con il successo di pellicole come It e l’universo cinematografico di The Conjuring, il film prodotto da Guillermo del Toro (che ne ha ideato anche il soggetto) affonda le radici nel folklore americano ma non riesce a rimanere del tutto saldo al suo terreno di gioco, complice una sceneggiatura che non valorizza i giovani protagonisti, con le loro rispettive paure, limitandoli piuttosto alla funzione di mera valvola di sfogo per le varie creature che entreranno in campo.
Di conseguenza, cercare di puntare a un pubblico di adolescenti, senza aver caratterizzato i loro punti di riferimento, non può che rivelarsi una mossa sbagliata. Come i vari Duffer Brothers e Andy Muschietti ci hanno insegnato, per realizzare un buon prodotto di genere è importante dare voce a ognuno di questi giovani interpreti, offrendogli prima di tutto un ampio background.
Questa nota non rovina sicuramente un film di per sé scolastico ma che riesce a intrattenere lo spettatore meno esigente, spaventare (i più giovani) con le sue cupe ambientazioni e le terrificanti creature (un equilibrato mix tra artigianale e digitale) e coinvolgere con le corpose musiche di Marco Beltrami.
Che il significativo successo ottenuto all’estero e l’invitante finale aperto lascino presagire un possibile adattamento dell’intera trilogia di Alvin Schwarts? Ai posteri l’ardua sentenza.

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