RAPINA A STOCCOLMA, la recensione del film Robert Budreau

stockholm poster
Stoccolma, 23 agosto 1973. Jan-Erik Olsson fa irruzione nella Sveriges Kredit Bank per mettere in atto una rapina e far uscire di galera un amico ancora in carcere. Il rapinatore prende con se degli ostaggi e negozia i suoi termini per riuscire a fuggire.
Questo episodio, raccontato dalle cronache dell’epoca, è rimasto nella storia non solo perché ha dato il nome alla famosa Sindrome (sindrome di Stoccolma: promuove inverosimili rapporti affettivi tra le vittime di sequestro di persona ed i loro rapitori) ma proprio per la peculiarità di quanto è successo all’interno di quelle mura.
Il regista Robert Budreau, partendo da una storia che non aveva bisogno di sceneggiatura, riesce a raccontare la vicenda dei rapinatori e degli ostaggi con il giusto mix di realtà e finzione.
Stockholm

Ethan Hawke e Noomi Rapace in Stockholm

La pellicola esplora in maniera leggera, ironica e divertente, soprattutto i rapporti interpersonali che si creano durante il sequestro. Una sceneggiatura brillante ci dà l’occasione di rivivere non solo gli eventi ma anche le atmosfere della cultura scandinava di inizio anni ’70; l’incapacità di gestire un sequestro da parte di una polizia impreparata e l’arroganza quasi bonaria di un rapinatore impreparato e a tratti improvvisato.
Purtroppo il film stesso vive in una sorta di improvvisazione, sul filo dell’indecisione.
Il regista Robert Budreau sembra in balia di una duplice spinta: da un lato quella dell’approfondimento psicologico dei personaggi attraverso gli eventi; dall’altro quella di assecondare l’aspetto leggero di una crime story infarcita di stereotipi.
Budreau segue gli snodi fondamentali come in un documentario facendo leva sul tono disinvolto e ridicolo del suo protagonista ma non riesce a far accettare allo spettatore un risultato poco convincente con troppe imperfezioni e occasioni mancate.

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