OLTRE LA NOTTE, la recensione del film con Diane Kruger

oltre la notte recensione

Diane Kruger in un’immagine di Oltre la notte (In the fade)

Oltre la notte (Aus dem Nichts) è il nuovo film di Fatih Akın ispirato all’attentato terroristico di Colonia del 2004 ad opera della cellula terroristica neonazista Nationalsozialistischer Untergrund (NSU).
Katja è sposata con Nuri e ha un figlio di nome Rocco. La sua vita cambia improvvisamente quando il marito e il figlio muoiono a causa di un attentato. La donna cerca di reagire all’evento e si affida ad un avvocato amico di Nuri per sostenere un processo contro una coppia di giovani neonazisti accusati di aver ideato e realizzato l’attentato. Katja, dilaniata dal dolore, medita però una propria vendetta contro chi le ha distrutto la vita.
Il regista de La sposa turca, Fatih Akin, non ha mai avuto paura di osare e con il suo ultimo lavoro vuole ancora una volta provocare una discussione ispirandosi ad alcuni omicidi avvenuti in Germania tra il 2000 e il 2007 da parte di un gruppo di neonazista NSU. Purtroppo il film non riesce nel suo intento e rimane incompleto sprecando una buona possibilità di “denuncia”.
Akin affronta il tema del terrorismo prestando attenzione su una forma di terrorismo xenofobo legato all’idea di razza ariana e supremazia bianca, ma poco raccontato in quest’epoca di stragi di matrice integralista-islamica.
A dare il volto alla protagonista è la bravissima Diane Kruger, che torna a recitare nella sua lingua madre dando al personaggio di Katja la giusta drammaticità di sguardo e una silenziosa, e al tempo stesso disperata, forza vendicativa. Katja, infatti, è pronta a lottare per vedere condannati i responsabili dell’esplosione scontrandosi con la giustizia che sembra voler indebolire la sua verità.
La parte centrale della pellicola, dominata dal processo agli indiziati dell’attentato, è a tratti prevedibile e funzionale alla narrazione. Dal punto di vista della messa in scena si percepisce una certa superficialità del racconto che risulta a volte sbrigativo e poco accurato.
La narrazione, che oscilla tra il dramma morale e personale, dall’indagine processuale al thriller dal tono classico, non trova mai un reale equilibrio tra questi aspetti e rimane imperfetta soprattutto nella scelta della soluzione finale.
Fatih Akin tenta, infatti, di lanciare una provocazione scegliendo un finale discutibile, ma senza realmente generare un coinvolgimento emotivo nel pubblico. Lo sguardo del regista sembra fermarsi su una dimensione lontana dalla realtà, nonostante la verità e attualità dei fatti che lo hanno ispirato. Un tentativo estremo di risollevare una pellicola che fino a quel momento si dimostra poco appassionante e intrisa di una rabbia fine a se stessa che non riesce mai a fondersi con la narrazione.

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