NON C’È PIÙ RELIGIONE, la recensione del film di Luca Miniero

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non c'è più religione
Non C’è Più Religione - Photo: courtesy of 01 Distribution
Non c'è più religione
Il poster italiano del film Non c’è più religione di Luca Miniero
Sarebbe facile ridurre Non c’è più religione al canone delle commedie italiane dell’epoca contemporanea. Ci vorrebbe un attimo per tacciarla di una visione semplicistica della vita, di una continua strizzata d’occhio allo spettatore o di essere leggera come una piuma. Il lungometraggio di Luca Miniero (Benvenuti al Sud, benvenuti al Nord, Un Boss in Salotto) affronta temi già trattati in passato come l’integrazione religiosa, la diversità culturale e i cambiamenti dell’Italia moderna, dando sempre la risposta più comune e prevedibile. Risulterebbe banale, e altrettanto riduttivo, etichettarlo come un prodotto scontato per i motivi elencati. E invece Non c’è più religione ha più di una ragion d’essere e, nel suo piccolo, merita di vedere la luce delle sale cinematografiche.
Siamo in una piccola isola del mediterraneo, rinomata per il tradizionale presepe vivente, preparato ogni anno con cura e dovizia. Quando però l’ultimo bambino nato nel luogo diventa troppo grande per interpretare il piccolo Gesù, il fatto causa una forte crisi nella cittadina. Il sindaco, interpretato da Claudio Bisio, cerca quindi di porre rimedio chiedendo in prestito un neonato alla vicina comunità araba. Dal piccolo gesto inizia un importante incontro/scontro culturale che porterà i due gruppi a rivedere le proprie posizioni e a mettere in scena il primo presepe multireligioso.
È facile immaginare quale sia il risvolto morale pensato da Luca Miniero, ossia “tutte le religioni fanno parte di un unico ceppo culturale, quello della razza umana”. Dall’incontro tra due interpretazioni di vita differenti può nascere una crescita e un arricchimento reciproco da cui è difficile tornare indietro.
non c'è più religione
Non C’è Più Religione – Photo: courtesy of 01 Distribution
Niente di nuovo insomma ma, allo stesso tempo, Non c’è più religione potrebbe essere più attuale e necessario di quanto si creda. Il cinema ha infatti il potere di visualizzare concetti astratti. Di utilizzare la ripresa della realtà per diventare un’esperienza catartica. Osservare ciò che succede agli altri si può riflettere sulla propria vita. Vedere un qualcosa è più impattante dell’assimilazione tramite racconto orale. La dimostrazione di questo concetto risiede nella quotidianità, dove l’immagine di un bambino morto tra le onde, nel tentativo di trovare pace su altre sponde, ha avuto un impatto maggiore sulle politiche che centinaia di dati e numeri. Torniamo al nostro film che abbiamo detto essere ordinario, per nulla disturbante, convenzionale, ma eticamente ineccepibile.
Questo tipo di cinema può avere però un impatto maggiore di molte opere complesse, involute, e di alto valore artistico, sul pubblico generalista che si reca in sala per trascorrere qualche ora all’insegna del divertimento. Non è detto che il concetto reiterato da Miniero e talmente condivisibile da essere quasi banale, sia concretamente assimilato dalla fascia di popolazione che è nel target della pellicola.
Senza essere presuntuosi o, al contrario, troppo accondiscendenti verso un cinema leggero, si può lecitamente pensare che queste semplificazioni possano servire a gruppi come famiglie, scuole (medie), associazioni, come porta di ingresso per stimolare un dibattito più stratificato. Un film chiaro, con concetti immediati, che possono però essere ampliati.
Non c’è più religione è una commedia degli equivoci che si rivolge al pubblico con limpidezza, raccontando vizi e virtù della nostra penisola; la capacità con cui strappa un sorriso senza essere volgare, unita alla dolcezza del racconto, è davvero ammirabile. Le ambiguità, il gioco dell’incontro con il diverso che, automaticamente, diventa lo strano, sono piacevoli. Il film non graffia, ma ironizza sulle idiozie e le contraddizioni del mondo moderno, sulle chiusure insensate della nostra nazione. Durante la visione si riescono ad associare le battute pronunciate dai personaggi e gli avvenimenti mostrati ad una forma metaforica della realtà in cui viviamo. Non è molto, ma è sicuramente un inizio.
Consigliato a: a chi vuole un film di Natale leggero che affronti temi importanti proponendo soluzioni comprensibili ad ogni fascia d’età.
Gabriele Lingiardi

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