MISSION: IMPOSSIBLE – FALLOUT, la recensione del film con Tom Cruise

mission impossible fallout

Tom Cruise e Rebecca Ferguson in un’immagine di Mission Impossible Fallout

Mission: Impossible è una serie di film che ha un grande vantaggio su molti altri franchise del genere. Ogni capitolo fa praticamente storia a sé. Il che non significa che siano slegati tra loro, ma che a una trama di fondo che avanza film dopo film si aggiunge la libertà di dare a ogni passaggio un tono e un’atmosfera diversi.
Se con il primo episodio della saga Brian De Palma dava vita a un curioso thriller dal cuore noir e dal vestito scintillante, in cui il protagonista non spara mai un colpo di pistola ed è pieno di dilemmi, John Woo spinse sull’azione trasformando Ethan Hunt in una sorta di James Bond con l’anima da supereroe.
Poi fu la volta di J. J. Abrams, che prese le redini del franchise scrivendo e dirigendo un capitolo che mostrava per la prima volta il lato umano e intimo di Hunt. Producendo i film successivi, Abrams ha sviluppato a pieno titolo la personalità del protagonista, portando di fatto la serie alle vette attuali.

L’ERA MCQUARRIE

Inizia così la “trilogia” che porta a Mission: Impossible – Fallout.
Brad Bird, esordiente come lo fu Abrams col film precedente, dirige l’acclamatissimo Mission: Impossible – Protocollo Fantasma. Nel mentre inaugura l’era degli stunt impossibili di Tom Cruise con la scalata (a mani… quasi nude) al Burj Khalifa, l’edificio più alto del mondo.
Quello che in pochi sanno è che la stesura finale della sceneggiatura, anche se non accreditata, è di un certo Christopher McQuarrie, già vincitore dell’Oscar con I Soliti Sospetti.
L’anno dopo, lo sceneggiatore dirige Cruise nel bellissimo Jack Reacher – La Prova Decisiva e la star decide di dargli totalmente in mano anche Mission: Impossible – Rogue Nation.
Il quinto capitolo della serie di spionaggio è una rivelazione: teso, con sequenze d’azione impeccabili, immagini suggestive, un ritmo serrato, un crescendo da manuale e un villain che dà filo da torcere a quelli di 007.
L’apprezzamento è tale che per la prima volta a un regista viene “concesso” di tornare.
McQuarrie si prende allora le chiavi del regno per confezionare quello che probabilmente pone il nuovo standard per i film d’azione. Mission: Impossible – Fallout è un trionfo su tutta la linea.
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Tom Cruise e Christopher McQuarrie, i “padri” di Mission: Impossible – Fallout

Prendendo direttamente il via dal finale del film precedente, ci troviamo a dare la caccia a ciò che rimane del Sindacato. L’organizzazione criminale di ex agenti segreti è ormai infiltrata in tutto il mondo in maniera capillare.
Solomon Lane (Sean Harris) è stato arrestato, ma ciò non è bastato a fermarne i piani: Ethan Hunt dovrà confondersi tra le linee nemiche per sventare la minaccia più grande che abbia mai affrontato…

STILE ATOMICO

McQuarrie (qui regista, scrittore e produttore) opera con sicurezza e riempie il film di momenti memorabili non solo per l’azione mozzafiato e ricca d’inventiva, ma soprattutto per le sue scelte stilistiche.
Scene al cardiopalmo si susseguono una dopo l’altra in maniera opposta, alternandosi. A seconda dell’effetto che il regista esige assistiamo a sequenze in cui la musica riempie tutto, coprendo anche gli effetti sonori, o all’opposto. Il risultato, che potrebbe essere quasi disturbante, è qualcosa di molto vicino alla perfezione. In alcuni istanti si è quasi disorientati, ma non per mancanza di coesione. È perché dobbiamo provare quello che prova il protagonista, è un disorientamento preciso, voluto.
Qui sorge una grande differenza tra qualcuno come McQuarrie e altri che tentano di “stordire” con film del genere. Non servono una shaky cam, una serie di inquadrature mosse o effetti sonori assordanti per disorientare. Quelli sono trucchetti da poco, tutti possono usarli a fortune molto alterne. Questa è scienza.
Mission: Impossible – Fallout è ben più di un semplice film d’azione o di spionaggio. È una continua ricerca del limite a cui esporre lo spettatore, è arte cinematografica votata allo spettacolo.
Tutto il cast, da Simon Pegg a Rebecca Ferguson, da Henry Cavill al sempre strepitoso Sean Harris, da Ving Rhames a – ovviamente –Tom Cruise, è perfetto e spinto al massimo.
Sì, è vero: c’è un momento sul finale in cui, da un punto di vista puramente drammatico, si poteva forse osare di più. È l’unico appunto che si potrebbe fare a un film che coinvolge e assale lo spettatore in ogni modo possibile. L’insieme è tuttavia così ben costruito che il piccolo appunto rimane tale. Forse il capitolo precedente resterà comunque il migliore della saga, ma Mission: Impossible – Fallout è un vero, autentico capolavoro di genere.

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