LA GOMERA – L’ISOLA DEI FISCHI, la recensione del film di Corneliu Porumboiu

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Con l’avvento di un nuovo anno, i riflettori (metaforici e non) sono sempre inevitabilmente puntati su Hollywood: dopo gli Oscar, le grandi star e i “filmoni” arrivano anche in Italia. Però, se qualcuno fosse già sazio delle mega produzioni e dei soliti volti non dovrebbe perdersi La Gomera – L’isola dei fischi, ultimo gioiellino del regista rumeno Corneliu Porumboiu. Dopo un buon riscontro tra i film europei in concorso all’ultimo Festival di Cannes, ma chiuso da autori del calibro di Almodóvar, i fratelli Dardenne, Desplechin e Ken Loach, il lungometraggio di Porumboiu cerca ora di ritagliarsi un meritato spazio per il pubblico italiano.
Cristi, ispettore della polizia di Bucarest da tempo nel giro degli affari della malavita, viene coinvolto da Gilda in un colpo che può cambiare per sempre la sua vita, ma che necessita un’impresa a dir poco insolita: lo studio dell’enigmatica lingua dei fischi sull’isola de La Gomera.

Basterebbero le scelte musicali per intuire i voli pindarici, narrativi e stilistici, che attendono lo spettatore. La Gomera – L’isola dei fischi inizia con The Passenger di Iggy Pop per finire con La Marcia di Radetzky, passando per la lirica e non disdegnando brani electronic dance. È, in sostanza, un gradevolissimo pastiche. Prendendosi estremamente sul serio – e questo fa la differenza, poiché provoca un effetto straniante che diventa il fattore di maggior interesse della narrazione – il film di Porumboiu mescola archetipi del cinema classico con soluzioni inedite, con un risultato bizzarro e, tutto sommato, convincente. I tópoi del genere noir-crime vengono estremizzati senza riguardo: il tough guy introverso che investiga al confine della legalità diventa un delinquente che finisce letteralmente per non proferire parola, la femme è fin troppo fatale, il tema del doppio gioco complica gli snodi narrativi al punto da rendere la vicenda quasi impossibile da seguire con precisione.
La forma di comunicazione ancestrale adottata dai personaggi è solo l’elemento narrativo più immediato, ma a disorientare è la generale costruzione di un mondo in cui la dimensione dell’assurdo si mescola ad atmosfere pulp e codici del racconto crime di stampo prevalentemente europeo (soprattutto nordico).
Porumboiu sperimenta con competenza, arguzia e sincera passione e, anche se lo fa con spirito ludico e senza particolari velleità artistiche, ottiene un buonissimo risultato, tra i più originali e brillanti della stagione europea.