L’amore bugiardo – Gone Girl, la recensione

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Nick Dunne (Ben Affleck) si appresta a festeggiare il suo quinto anniversario di matrimonio insieme alla moglie Amy (Rosamund Pike). Quella che sembra cominciare come una tranquilla giornata nella vita di coppia prenderà invece una piega inaspettata e terribilmente spiacevole. Di ritorno a casa dal suo consueto giro in quartiere, Nick scopre che sua moglie è scomparsa e lo stato in cui versa la casa fa pensare che le sia successo qualcosa di terribile. Le indagini non tardano ad iniziare e gli sguardi della polizia e dei media sono tutti puntati sullo stesso Nick.
Da un comune caso di cronaca e un quanto mai abusato espediente cinematografico, prendono la parola Gillian Flynn e David Fincher, rispettivamente autrice del romanzo “L’Amore Bugiardo” e regista della pellicola, presentata in anteprima nazionale al Festival del Cinema di Roma dopo il grande successo riscontrato in patria.
Osservando con gli occhi di chi si trova ad approcciare per la prima volta una storia senza aver letto il materiale originale, è impossibile negare il fascino che emana Gone Girl (e che ha esercitato sul sottoscritto) attraverso il suo potere in pellicola. A partire dal quell’ombra mistero che aleggia negli abituali eventi di cronaca, si dirama una tale rete di emozioni, tensione, dubbi e un così forte scontro di personalità che lo spettatore non potrà che ritagliarsi un attimo di respiro per metabolizzare l’enorme flusso di input trasmesso dal film. La sensazione che pervade all’uscita dalla sala è quella di aver assistito ad un qualcosa di imponente e articolato nel tempo, e questo non è dovuto soltanto alla rispettabile durata di 149 minuti e al graduale e oggettivo influsso della vicenda, ma anche al gran numero di sottotesti e di virate a sorpresa che fanno dell’opera di Fincher uno dei prodotti più stimolanti, attraenti e meglio costruiti del 2014.
Due identità così ben evidenziate, quelle di Nick ed Amy (ma anche della sorella gemella di lui, come dei genitori di lei), da portarci a credere che tutto sia possibile. Un matrimonio che comincia nel migliore dei modi e unisce due esseri umani che sembrano destinati a stare insieme nelle auspicabili prospettive di un roseo futuro. Entrambi belli, ricchi e intelligenti, vengono mostrati dal regista nei loro momenti migliori attraverso una serie di romantici flashback estrapolati direttamente dalle pagine del diario di Amy. Da un’elegante e stratificata dimensione come quella di New York ad un quieto scenario di provincia, ecco che qualcosa sembra incrinarsi e nelle varie analessi cala un velo di tensione e di timore nei confronti della minaccia che la figura di Nick rappresenta tra le mura di casa. La crescente paura di Amy si sposa perfettamente con la limpida e crepuscolare fotografia di Jeff Cronenweth (Fight Club, One Hour Photo) il quale, come un freddo manto, avvolge le storie dei protagonisti e delle figure più o meno marginali che gli orbitano attorno, fondendoli insieme quasi fino a diventare un’unica entità: una comunità che si nutre del dolore per una persona scomparsa e della visibilità mediatica che tale sparizione gli conferisce, al fine di rivendicare il proprio ruolo nel mondo ed uscire meno provata da quella nube di crisi economica e ideologica avvolta nella sua ombra in sottofondo.
Ben Affleck ci regala, senza alcun dubbio, una delle prove recitative migliori (o forse la migliore) della sua carriera ed è abile nel trasmettere una venatura di ingenuità e infantilismo al suo personaggio (sorrisi di troppo, foto in compagnia delle fan, interrogatori della polizia presi sotto banco), tanto da attirare su di sé sempre maggiori sospetti. L’incredibile performance di Rosamund Pike emana una fragranza da ‘Oscar’, nella sua algida quanto sensuale bellezza che non sarebbe passata inosservata nemmeno al maestro del brivido Alfred Hitchcock. Impossibile entrare nel dettaglio, senza correre il rischio di svelare dettagli intriganti della pellicola, ma difficilmente saremo in grado di cancellare dalle nostre menti l’ideale femminile a cui la fascinosa attrice londinese ha dato vita.
Tanta è la materia affrontata e plasmata da Fincher, che il film necessitava obbligatoriamente di una solida e chiara struttura architettonica. Meticoloso ed accurato, il cineasta di Denver si riavvicina allo stile adottato nel giornalistico Zodiac e, scandendo il trascorrere dei giorni e delle indagini per non confondere il pubblico (a partire dal fatidico “the day of”), mette in evidenza quattro atti ben precisi che si distinguono per atmosfere e tematiche. Mentre inizialmente la mano del regista focalizza l’attenzione dello spettatore sulla coppia in questione e sulle fondamenta che ne reggono la relazione, man mano che la vicenda procede, il tema dell’influenza dei media e del giudizio che il pubblico da casa riserva per la celebrità del momento si fa sempre più forte. Costantemente appeso al gancio di una bilancia invisibile, Nick si ritroverà a dover valutare attentamente ogni sua singola mossa o parola pronunciata).
E tutto questo per ritornare, infine, a concentrarsi sulla coppia, nella migliore tradizione del cinema a struttura circolare e frantumando nuovamente ogni nostra certezza accumulata fino a quel momento… proprio quando pensavamo che una semplice storia d’amore non potesse celare così tanti dubbi ed incertezze.
Giulio Burini

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Una risposta

  1. 8 Gennaio 2015

    […] film per famiglie, mentre Gone Girl- L’amore bugiardo di David Fincher (potete leggere la nostra recensione) ha ricevuto il riconoscimento per il miglior thriller. In attesa di sapere quali saranno i […]

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