IL RE LEONE, la recensione del live action Disney

Il Re Leone (2019)

Il Re Leone (2019)

Quando, ormai parecchi mesi fa, la Disney annunciò il remake in live action de Il re leone, la trepidazione non si fece attendere. “Come hanno fatto a girarlo?”, “Ma lo interpretano veri attori?”, “Le canzoni rimangono le stesse?”, “Sarà fedele all’originale?”, e così via, all’infinito. Ebbene, ora tutte le questioni sollevate trovano finalmente risposta. Siamo ormai assuefatti all’invasione della serialità, ai remake, sequel e reboot di ogni sorta, dai mega blockbuster ai grandi cult fino ai classici d’animazione (come i programmi futuri degli studios americani peraltro testimoniano fin troppo chiaramente). Eppure, quando si parla de Il re leone non si può inglobarlo nel marasma di prodotti culturali soggetti a tale fenomeno distintivo di questo decennio. L’argomento è infatti il rifacimento di uno dei più amati (per distacco) film d’animazione Disney di sempre, il più alto incasso della major per quasi vent’anni, un’opera che ha segnato in profondità milioni di bambini e genitori nel mondo, universale ed esemplare come poche altre.
Le fazioni che si sono distinte all’uscita del film diretto da Jon Favreau sono esattamente le stesse schierate fin dalla rivelazione del progetto: chi, pronto a ri-commuoversi per la morte di Mufasa (non ci si azzardi a chiamarlo spoiler), ha accolto senza riserve l’evento come manna; e chi ha levato gli scudi, in nome di un fantomatico principio di intoccabilità.

Il risultato, bando agli eccessi, è lontano sia dalla catastrofe sia dalla meraviglia, ma, forse inaspettatamente, un po’ scialbo. L’operazione è molto affascinante ed ambiziosa, ben più dei “colleghi” remake Disney usciti negli ultimi anni, sia per quanto riguarda il tentativo di fedeltà all’originale sia per il dispiego di mezzi tecnici impiegati.
L’impatto è senza dubbio spiazzante ed emotivamente appagante, ma dura giusto il tempo del film: poco dopo la fine, una volta digerito il tutto, resta la sensazione che Il re leone sia stato una sorte di “contentino” al pubblico, l’offerta di un’emozione frivola ed estemporanea impacchettata in modo decoroso. Alcuni personaggi funzionano e altri no, così come per le canzoni, ma quello che più preme sottolineare è il dispiacere per la monotonia cromatica e l’evidente inefficacia della resa fotografica, poche volte all’altezza di rappresentare la maestosità delle Terre del Branco e dei personaggi che le popolano.
L’unico tasto veramente dolente, però, è il doppiaggio dell’edizione italiana: uno dei motivi per cui il film d’animazione è rimasto tanto impresso è la credibile e sostanziale profondità della voce dei doppiatori di venticinque anni fa e delle canzoni, aspetto che qui non si avverte se non in minima parte, e sicuramente non nei momenti cantati, a dimostrazione che avere una bella voce non basta per “dare” voce al cinema.
Il re leone dunque non delude né fa esaltare, ma si presenta come un’opera innocua e abbastanza incolore, il che, pensandoci bene, è forse anche peggio.

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