IL RACCONTO DEI RACCONTI, la recensione del film di Matteo Garrone

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“Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate”
Con un verso lapidario, colmo di dolore e rassegnazione, il sommo Dante sanciva il suo arrivo insieme al mentore Virgilio davanti al portone dell’Inferno, al di là del quale i dannati avevano riposto le loro anime nelle mani di Dio, in un viaggio interminabile di sola andata nel castigo eterno.
Ed è proprio in un viaggio cinematografico, tra simbologia e analogia, desiderio e disperazione, che Matteo Garrone decide di traghettarci nel mondo fantastico, fatto di paesaggi mitologici e luoghi inesplorati, del suggestivo Il Racconto dei Racconti, moderna rivisitazione dell’opera letteraria di Gianbattista Basile Lo Cunto de li Cunti (o Pentamerone), scritta tra il 1634 e il 1636 secondo il modello del Decameron di Giovanni Boccaccio.
In concorso per la Palma d’Oro al Festival di Cannes, l’ultima fatica del regista romano, sintesi e summa di tre di favole (La regina, La pulce e Le due vecchie) che si intrecciano tra loro, è costruita con meticolosa precisione e nella sua più totale complessità, stilistica e ideologica, ha un grande pregio: riesce a condurre lo spettatore in un percorso ‘magico’, che scava nei meandri più oscuri e deliranti della mente umana, dove realtà e finzione oscillano durante l’intero arco filmico. Tra esperimento e rivalutazione, torna alla ribalta un genere ormai eclissato (con Pasolini) e dimenticato (ma da alcuni anche denigrato) che fonda la sua convinzione nel coraggio e nella scommessa di Garrone, capace di portare a termine una complessa operazione cinematografica, rendendo tangibile e credibile un contesto immaginario e paradossale come quello messo in scena nel trittico di fiabe. È questo il suo punto di forza, essere in grado di oltrepassare lo schermo e sviscerare in modo diretto le ossessioni e le possessioni dell’uomo, che oggi così come ieri sono le stesse. La logica del film, da cima a fondo, è studiata per mettere a nudo le intimità dei personaggi, non soltanto nel senso più letterale, ma anche per il suo valore metaforico dietro il quale si cela la costante ricerca dell’irraggiungibile. I protagonisti si trovano infatti a combattere con i loro assurdi desideri, affinché possano diventare veri e concreti: alla perversione del Re satiriaco interpretato da Vincent Cassel si contrappone il sogno di un’anziana donna di conquistare l’eterna giovinezza, trasformandosi nella bellissima Stacy Martin di Nynphomaniac; l’indifferenza di un piccolo Re (Toby Jones) verso la propria figlia, abbandonata al suo triste destino in compagnia di un orco, diventa ‘preoccupazione’ quando sua Maestà, colmo di felicità e di amore, decide di allevare in gran segreto una pulce (destinata a diventare gigante); ed infine il delirio di maternità di una Regina, con il volto della splendida Salma Hayek, che riesce a trovare pace con la nascita del suo bambino, per poi cadere vittima del fato con l’arrivo del gemello ‘indiretto’ del figlio (nato da un’altra madre), entrambi spiritualmente concepiti dietro la previsione di un negromante (che ricorda la Morte de Il Settimo Sigillo di Bergman).

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Con una chiave ibrida che unisce atmosfere barocche e medievali a stilemi del cinema horror e fantasy, la pellicola racchiude l’essenza del cinema di Garrone (da Gomorra al più recente Reality), il quale questa volta decide di percorrere il binario opposto, manipolando dunque la finzione fino a renderla reale. Il suo affresco fanta-autoriale (da ammirare e poi metabolizzare), è esaltato da una fotografia satura e accesa, firmata dal fedele collaboratore di David Cronenberg e direttore della fotografia de L’impero Colpisce ancora Peter Suschitzky. Le immagini vengono armonizzate dalle musiche rilassanti del premio Oscar Alexandre Desplat e da una scelta di montaggio azzeccata, in linea con la narrazione. Ponderando con intelligenza l’utilizzo della macchina da presa (da artigiani della vecchia scuola) e lo sviluppo di effetti speciali integrati a quelli fisici e visivi (realizzati dalla factory italiana Makinarium), il risultato è davvero sorprendente. Forse non ci saremmo aspettati di vedere un’opera così ricercata e vorticosa da Garrone, al quale va dato il grande merito di aver rispolverato un genere, rivisitandolo con originalità, e di essere riuscito a stupire, accompagnandoci nel luogo ancestrale, cupo e misterioso de Il Racconto dei Racconti, dove abbandoniamo ogni tipo di speranza e restiamo appesi ad un filo, in perenne equilibrio insieme al regista. Chapeau!

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