Venezia 73: I MAGNIFICI 7 (2016), la recensione del western di Antoine Fuqua

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I Magnifici 7 (2016) - Photo: courtesy of La Biennale di Venezia
I Magnifici 7 (2016) - Photo: courtesy of La Biennale di Venezia
I Magnifici 7 (2016) - Photo: courtesy of La Biennale di Venezia
I Magnifici 7 (2016) – Photo: courtesy of La Biennale di Venezia
È strabiliante quanto i film di supereroi debbano al western, grazie alla forza narrativa, alla caratterizzazione dei personaggi e all’uso delle abilità (i “superpoteri”) come elemento spettacolare. Ed è incredibile anche quanto quelli che chiamiamo western moderni debbano ai cinecomics. Forse bisogna  sgombrare il campo da ogni dubbio e uscire dall’inghippo: I Magnifici 7 è tutto quello che aveva promesso dal trailer ma, allo stesso tempo, non ha nulla del racconto di frontiera classico, quello che abbiamo imparato ad amare e che ha plasmato Hollywood per decenni.
Il film, remake del classico diretto nel 1966 da John Sturges, riprende la trama, mutuata a sua volta da I Sette Samurai di Akira Kurosawa, della città in pericolo e degli eroi mercenari disposti a difenderla. La principale attrattiva della versione portata sul grande schermo da Antoine Fuqua è sicuramente il cast stellare messo a disposizione dalla produzione. Denzel Washington svetta come protagonista della storia, circondato da attori del calibro di Chris Pratt e Ethan Hawke, Haley Bennett e Vincent D’Onofrio.
La sceneggiatura di Nic Pizzolatto, concede ben poco all’introspezione dei personaggi che, come in Suicide Squad di David Ayer, sembrano uniti da motivazioni deboli e da rapporti troppo poco sviluppati per essere credibili. Parleremo in un altro momento della caduta libera dello stimato ideatore di True Detective, serie che fece sembrare Pizzolatto, per qualche anno, un elemento dirompente nel cinema americano. E invece, con I Magnifici 7 si adegua ad ogni più bassa velleità commerciale, producendo uno script facile, privo di ogni originalità e di energia. È più interessante analizzare la tendenza, in seno a Hollywood, di ridurre il rischio delle produzioni adattandole alle atmosfere di generi paralleli e di maggiore /e sicuro?) successo. Il riferimento è, ovviamente, dei film di supereroi o classici del passato. Per esempio, Jurassic Park era un franchise basato su stupore, paura, un pizzico di fantascienza e personaggi realistici, uomini, donne e bambini qualunque. L’ultimo capitolo della saga ribalta questo presupposto: entriamo in un mondo fantastico, con un eroe che parla e controlla i dinosauri, in cui il senso della misura, della distruzione e delle creature è, ulteriormente, scavalcato. Un cinefumetto. Un altro esempio? In Now You See Me i maghi che compiono azioni straordinarie con trucchi di magia tarati su criteri scientifici risultano poco plausibili, poiché richiedono la stessa quantità di sospensione dell’incredulità che si darebbe a Batman. Per non citare il terzo atto di Ghostbusters, firmato da Paul Feig, e così via…
I Magnifici 7 (2016) - Photo: courtesy of La Biennale di Venezia
I Magnifici 7 (2016) – Photo: courtesy of La Biennale di Venezia
Il punto è che I Magnifici 7 è uno spettacolo pirotecnico poco credibile e affascinante. Ognuno dei sette guerrieri ha un proprio momento strabiliante, ma le sequenze d’azione sono confuse e prevedibili. Si può ipotizzare con facilità non solo come finirà il film ma anche cosa sta per accadere nel frangente successivo. Tutto questo non sarebbe grave se si fosse conservato almeno un pizzico del sapore western. Quello delle terre aride, del pericolo imminente, della poesia della sofferenza, delle infinite possibilità. Invece no, è tutto sacrificato in funzione di un intrattenimento circense tipico di un altro genere, di un altro modo di fare cinema.
I Magnifici 7 è un prodotto dal rapido consumo che, paradossalmente, non delude le aspettative che aveva imposto ma fatica ad elevarsi più in alto. La colonna sonora di James Horner (che, come ha detto il regista a CineAvatar) ha scritto 7 brani prima della sua prematura dipartita, e poi completata da Simon Franglen, è efficace, seppur Fuqua gli dedichi spazio solo alla fine. Le due ore di durata passano velocemente e può capitare anche di ritrovarsi a sorridere in qualche passaggio. La fotografia, coloratissima, permette all’occhio di rilassarsi e godersi la leggerezza di un’avventura a 360°. In definitiva, I Magnifici 7 è un ottimo passatempo che volerà rapido sullo schermo. Ma era questo che volevamo? Non è un problema trascurabile quello dell’identità cinematografica, soprattutto se declinata sui generi, perché in mezzo vi passa il confine che porta lo spettatore a pensare di vedere sempre lo stesso film o a restare incollato allo schermo con ammirazione.
Gabriele Lingiardi

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