HONEY BOY, la catarsi paterna di Shia LaBeouf

HONEY BOY, Photo Courtesy of Amazon Studios

“Come pensi che mi senta a farmi pagare da mio figlio? Cosa credi che si provi?”
“Non saresti qui se non ti pagassi.”
Honey Boy è per molti versi un film necessario. Definitiva catarsi per il suo ideatore e principale interprete, la pellicola si presenta come un viaggio a ritroso compiuto da Shia LaBeouf per sviscerare il rapporto con suo padre Jeffrey, una vera e propria autopsicanalisi che vede addirittura lo stesso attore vestire i panni di quella figura genitoriale che, mai come nessun’altro, ha segnato il suo processo di maturazione come uomo e il suo modo di porsi nei confronti dello star system hollywoodiano.
A rischio di essere accostato a tutte le prove di dichiarata megalomania che contraddistinguono la recente vita di LaBeouf, Honey Boy ci appare invece come uno spontaneo e trasparente esperimento a livello subcoscienziale, il forte bisogno di lasciare andare (o abbracciare?) determinati sentimenti che hanno gravato sulla star per fin troppo tempo.
La decisione di affidare la regia alla filmmaker statunitense di origini israeliane Alma Har’el (conosciuta soprattutto nell’ambito dei videoclip musicali) dona all’intera opera quella giusta percentuale di tocco femminile, caldo e materno, in grado di trasfigurare i suoi due protagonisti nei personaggi di una fiaba della buona notte.
Una fiaba che LaBeouf ha bisogno di raccontare in primis a sé stesso, per ricordarsi che il passato è passato, che da esso possiamo solo imparare e che il tempo cancella ogni cosa, tranne le persone che sono diventate parte integrante del nostro cuore e della nostra identità, nel bene e nel male.

HONEY BOY, Photo Courtesy of Amazon Studios

Nonostante la scelta di assegnare a padre e figlio nomi fittizi, non vi è alcuna intenzione di nascondere l’evidenza dei fatti (immancabili pure le foto di rito durante i titoli di coda), tant’è che ogni evento, ogni confronto e ogni parola sembrano corrispondere a realtà.
Facciamo così la conoscenza di Otis Lort, interpretato in età infantile dal bravissimo Noah Jupe e in quella adulta da Lucas Hedges (visto quest’anno alla Festa del Cinema di Roma anche in Waves di Trey Edward Shults).
Icona del piccolo schermo fin dalla più tenera età, Otis condivide una modesta abitazione con suo padre James (LaBeouf), ex clown televisivo ed ex tossicodipendente, personalità ai limiti del disturbo borderline che lo stesso ragazzo ha deciso di tenere al proprio fianco in qualità di tutor e motivatore.
Il rapporto tra i due è il cuore pulsante di un film che si muove continuamente tra i ricordi di un’infanzia “rubata” e le conseguenze dell’essere diventati adulti in assenza di un solido punto di riferimento.
Proprio la parte legata all’Otis adulto che mette a fuoco l’uomo che è diventato avrebbe meritato tutta un’altra profondità di riflessione, senza la rapida risoluzione che caratterizza il finale del film, la quale risulta di conseguenza innaturale e scaturita dal nulla.
La stessa interpretazione di LaBeouf non manca di sfiorare i tratti della caricatura e della mera imitazione ma si dimostra anche in grado di raggiungere picchi di vera drammaticità (es. la confessione di fronte al gruppo Alcolisti Anonimi), donando al personaggio tutta la credibilità e la forza d’identità di cui ha bisogno.
In fin dei conti, Honey Boy è il brutale bilancio sul versante umano di un attore giunto allo zenit del suo successo, la necessaria resa dei conti con i fantasmi del suo passato, l’estrema estirpazione del clown che lo ha reso clown.

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