FURY, la recensione

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Wardaddy (Brad Pitt) with Norman (Logan Lerman) in Columbia Pictures' FURY.
“We’re not here for right and wrong. We’re here to kill them”.
Leitmotiv di tutto il film, questa battuta non ci dice niente che non sapessimo già ma ce lo comunica nel modo più esplicito. Abbiamo visto tanti film di guerra in cui trionfa sempre la retorica dell’America che insegna al mondo come si vive, che “grazie a Dio” conduce guerre giuste e vince più o meno sempre. In questo caso, però, la retorica si fa da parte e si ammette fin da subito che non ci sono buoni e cattivi (questa volta, forse, qualcuno più cattivo degli altri c’è stato). C’è solo un’incombenza da portare a termine: uccidere “l’artri”, o morire. Se proprio gli altri non riusciamo a toglierli di mezzo, che almeno si possa morire da eroi. Ecco perché bisogna imparare a mettere da parte l’umanità, nell’esercito. Soprattutto quando ci finisci per caso e le tue dita sono più adatte a tamburellare velocissime su una macchina per scrivere, piuttosto che su un grilletto.
L’ingrato compito di educare Norman (Logan Lerman), dattilografo e poi mitragliere, spetta al sergente Don “Wardaddy” Collier, interpretato nel film da un impeccabile Brad Pitt, tornato a caccia di nazisti dopo lo spietato Bastardi Senza Gloria di Quentin Tarantino: lui ha imparato a ricoprirsi di una scorza che solo ogni tanto, lontano da occhi poco discreti, si toglie momentaneamente di dosso. Ecco perché gli perdoniamo l’odio antinazista – sempre un po’ ostentato, per la verità – che trasuda quando ficca una pistola nelle mani del novellino e lo costringe a usarla contro un prigioniero. La guerra è diventata solo vendetta, un’occasione per fomentarla e diluirla in quel sano (quanto?) cameratismo, fatto anche di aforismi inediti, meno scontati di quanto non possano sembrare. “Ideals are paceful, history is violent” predica Don a Norman, mentre lo difende dalla bonaria aggressività dei suoi commilitoni che hanno paura, quanto lui e forse di più. Hanno solo imparato prima a esorcizzarla.
La pellicola di David Ayer, però, già regista di End of Watch e sceneggiatore di Training Day, non è solo una visione meno convenzionale sulla seconda guerra mondiale, che per un attimo fa pensare al miglior Clint Eastwood (quello di Flags of our fathers e Lettere da Iwo Jima, per esempio). È anche una successione di ritmo e tensione altissimi, nelle scene più concitate, e meritati momenti di distensione. La scelta narrativa di non dare alcun rilievo al nemico, generica minaccia informe, si riflette nelle scelte fotografiche: i nazisti sono spersonalizzati, quasi sempre ombre tra i fumogeni o in controluce destinate a dissolversi tra un bossolo e una granata. Una di queste ombre, però, riesce a cambiare il finale di questa storia e smorzare l’epilogo eroico dei suoi protagonisti, rendendoli più simpatici. Quasi non fossero americani in guerra. La guerra è tattica, sangue, sudore. Ma è anche grandi colpi di fortuna. recensione

Rating_Cineavatar_3-5