DOWNTON ABBEY, la recensione del film di Michael Engler

Downton Abbey

Il cast di Downton Abbey

Il fumo del treno torna a soffiare investendo lo schermo e le lancette dell’orologio riprendono a scorrere. Già, perché a Downton Abbey il tempo sembra non essere passato mai. Finita la serie tutto era sigillato in una bolla di sapone, immobile, in attesa che la luce rossa di una cinepresa tornasse a lampeggiare per infondergli di nuovo la vita. Quella cinepresa è arrivata, posizionandosi in ogni stanza della dimora della famiglia Crawley, ricolorando quegli ambienti e aggiungendo un nuovo, prezioso tassello al puzzle di Downton Abbey. E così i campanelli sono tornati a suonare ad libitum, l’argenteria a essere pulita, i soufflè a essere cucinati, la polvere a essere eliminata recuperando i fasti di una famiglia che abbiamo solo salutato tre anni fa, e che in punta di piedi ritorniamo a visitare.
Le rotaie, le ruote delle macchine, le lettere spedite, tutto nell’incipit del film diretto da Michael Engler (già regista di alcuni episodi della serie) rimanda a lì, dove tutto ebbe inizio nel 2010, con la notizia dell’affondamento del Titanic. I temi musicali, i piani sequenza, le riprese in dettaglio dei tintinnii dei campanelli, sono tutti elementi riconoscibili ed essenziali alla rassicurazione spettatoriale. Sono tanti mattoncini di un ponte che collega ciò che abbiamo lasciato a quello che stiamo per ritrovare, tranquillizzandoci che nulla è cambiato a Downton Abbey. “Just like the old days” afferma Cora Crawley (Elizabeth McGovern) circondata dai volti famigliari che lo spettatore ha imparato a conoscere tra timori, sogni e debolezze. Un’affermazione più rivolta al pubblico affezionato in sala che ai fini dell’intreccio; un caloroso bentornato enfatizzato dal ritorno di Carson alla tenuta, accompagnatore ufficioso in questo ritorno a casa.
La bellezza del film di Engler si ritrova soprattutto nell’aver strutturato una sceneggiatura posta in un perfetto equilibrio informativo, capace di soddisfare sia gli spettatori più fedeli agli intrighi di Downton Abbey, che il pubblico neofita. L’opera è infatti facilmente comprensibili da entrambe le fazioni, sebbene sia il pubblico che ha seguito, settimana dopo settimana, una delle serie TV più premiate degli ultimi anni a tratne maggior soddisfazione. Dopotutto la nascita stessa di questo film-sequel è figlia di un progetto rivolto soprattutto ai fan della famiglia Crawley e dei loro servitori, scatenando in loro quel desiderio incontrollabile di volere di più, e ancora, dopo essersi ripresi dapoco dalla fine di una dipendenza seriale.
Cuore e punto di forza di Downton Abbey è la stessa che ha caratterizzato il successo della serie da cui è stato tratto: recuperando un rapporto intimo, complementare piuttosto che dicotomico, tra servitù e padroni già ampiamente affrontato da altre opere di stampo inglese come Quel che resta del giorno, il film diretto da Engler ritorna a scavare nelle vite dei suoi protagonisti (sovrastati da un’immensa Maggie Smith di nuovo nei panni della caparbia matriarca Violet Crawley) ponendo a confronto i diversi metodi di approccio e di preparazione in vista della visita della coppia reale a Downton Abbey. L’incontro con i loro simili, tra cuochi e camerieri, figli e nuovi amori, gettano input riflessivi e moniti preoccupanti sui nostri tempi, ricordandoci quanto certe infondate paure o stupidi pregiudizi siano destinate a non cambiare mai, rimanendo le stesse tanto nel 1927 quanto nel 2019.

Eppure, sebbene la messinscena e le interpretazioni volino ad altissima quota rasentando la perfezione, molte delle sottotrame vengono risolte con superficialità. L’opera non sembra proporsi come un prodotto autoconclusivo, quanto come un ulteriore episodio di una serie destinata a non conoscere mai il suo epilogo. Che sia un escamotage per porre le basi in vista di una nuova saga cinematografica piena di colpi di scena e qualche doverosa mancanza, questo non ci è dato saperlo. Ciononostante, tolta quella patina nostalgica che ci fa vedere Downton Abbey come una sorta di ritorno a casa, il film tenta di concentrare nell’arco di due ore quante più vicende possibili, tralasciando molto del suo solito potenziale. Poi arrivano i battibecchi tra Violet e Isobel Crawley, le loro micro-espressioni capaci di sostituirsi a mille parole, il conservatorismo del Signor Carson (Jim Carter) in un ambiente aristocratico e a suo modo rivoluzionario, le spinte patriottiche soffocate dall’amore per la famiglia di Tom Branson (Allen Leech) e tutti i difetti, le debolezze vengono soffiate via come polvere sui mobili.
Meccanismo ben oliato e controllato in ogni sua singola e minuscola parte (la fotografia accecante e colorata, i vestiti anni ’20, le scenografie e le ambientazioni perfettamente aderenti a quelli mostrati in 52 episodi e 6 stagioni televisive) Downton Abbey è il ritratto di una famiglia dove alle spinte anarcoidi risponde con una orgogliosa e devota accettazione dei propri ruoli sociali, un Eden in terra in cui l’universo aristocratico si è ormai incamminato sul viale del tramonto, mentre i campanelli continuano a suonare nell’attesa che “tutto cambi perché resti come prima”.

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