BURNING – L’AMORE BRUCIA, la recensione del film di Lee Chang-dong

Dopo il trionfo di Parasite di Bong Joon-ho al Festival di Cannes 2019 e l’uscita in Italia (con colpevole ritardo di tre anni) dell’ultimo film di Park Chan-wook Mademoiselle, l’altra perla di questa stagione proveniente dalla Corea del Sud – che non deve assolutamente sfuggire all’attenzione – è Burning – L’amore brucia, presentato in concorso al Festival di Cannes 2018. Lee Chang-dong torna alla regia dopo otto anni dall’incantevole Poetry (miglior sceneggiatura a Cannes nel 2010), e lo fa con un dramma bruciante ed enigmatico, tratto dal racconto breve giapponese di Murakami Granai incendiati.
Jongsu è un giovane fattorino di Paju che durante una consegna conosce Haemi, ragazza spigliata che dopo una breve frequentazione gli chiede se può curare il gatto mentre è in vacanza in Africa. Quando rientra in città, però, non è sola: ha conosciuto Ben, uomo molto ricco e misterioso, che pratica un hobby piuttosto singolare, incendiare le serre…

Pellicola potente che ricalca la struttura della tragedia classica (con le dovute rielaborazioni che solo il cinema asiatico è in grado di elaborare), Burning sonda il confine dell’indecifrabile, in cui non tutto è come sembra.
Il rapporto tra il piano dell’esplicito e quello del non detto è descritto in modo meravigliosamente ambiguo, lo spettatore è guidato in un intrigo crescente, in cui l’inquietudine aumenta progressivamente con il passare dei minuti per poi esplodere verso il finale. Come suggerisce il titolo, infatti, l’intreccio è congegnato in maniera equivalente al crescere di una fiammella che, alimentata a poco a poco, raggiunge le dimensioni dell’incendio inestinguibile.
La derivazione giapponese del soggetto è mantenuta nella delicatezza del rapporto tra personaggi ed ambienti e nell’atmosfera lirica che aleggia dal primo all’ultimo minuto, ma il tutto è integrato alla rabbia ed energica brutalità che sono marchio di fabbrica del cinema contemporaneo sudcoreano.
Lee Chang-dong mantiene la raffinatezza formale dei film precedenti e la arricchisce con una regia elegantissima, che potrebbe consacrarlo al pari di alcuni suoi connazionali ben più conosciuti e celebrati.
Fascino ipnotico, mistero e dolcezza sono insomma gli ingredienti di una delle produzioni non occidentali più interessanti dell’anno, distribuita in Italia da Tucker Film che, come noto, ha un occhio di riguardo verso opere di questo tipo.

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