WONDER WOMAN, la recensione del cinecomic con Gal Gadot

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Il poster italiano di Wonder Woman

Prima di diventare Wonder Woman, Diana (Gal Gadot) era la principessa delle Amazzoni, figlia della Regina Ippolita (Connie Nielsen). Sull’isola paradisiaca di Themyscira la giovane fu addestrata duramente per diventare una guerriera invincibile. Quando un pilota di nome Steve Trevor (Chris Pine) precipita sull’isola, Diana scopre che il mondo è dilaniato dalla guerra. Per mettere fine alla malvagia influenza sugli uomini del Dio Ares, la coraggiosa eroina decide di unirsi a Steve, recandosi sul fronte a combattere.
Nell’universo cinematografico DC, logorato da delusioni e da qualche passo falso, le aspettative per questo film erano elevate, non solo perché Wonder Woman è il primo cinecomic al femminile (regista e protagonista) dedicato a un personaggio così iconico dei fumetti ma soprattutto per il grande potenziale che il personaggio stesso ha.
Patty Jenkins subisce, innegabilmente, il peso della responsabilità del lungometraggio e, purtroppo, perde l’occasione di riscattarsi soccombendo alle pressioni e, al contempo, trasponendo il personaggio in maniera troppo semplice e riduttiva.
La pellicola è un unico flashback che parte dall’isola di Themyscira dove Diana vive con la madre Ippolita, nella comunità delle Amazzoni. Un inizio molto lontano dai toni cupi e decadenti utilizzati da Warner/DC nei suoi progetti precedenti: colori vivaci, paesaggi da sogno contornati da verdi colline e mari che sembrano specchi che riflettono la luce dirompente e vitale del sole. Un paesaggio incontaminato che rispecchia l’animo vivace e impertinente della piccola Diana, la quale desidera diventare una grande guerriera per compiere, un giorno, il destino che le è stato affidato.
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Gal Gadot e Chris Pine in una foto dal film Wonder Woman

Potenza, grazia, saggezza e meraviglia sono le qualità ispiratrici dell’eroina divina. Diana è una figura di per sé molto positiva nella quale coesistono aspetti differenti: è una guerriera giusta e valorosa, determinata a sconfiggere Ares, ma al tempo stesso si mostra vulnerabile, sensibile e confusa come qualsiasi altra ragazza che sta per farsi donna.
Proprio il percorso di crescita di Diana risulta l’aspetto più coerente del film, il racconto di formazione di una ragazza che scopre il mondo e sé stessa all’interno di esso, diventando così una donna. È anche questo ciò che rende Diana diversa dalle altre Amazzoni, il desiderio di compiere il suo destino partecipando attivamente alla guerra.
Portatrice di un’ideale femminista (almeno nelle intenzioni), Diana è interpreta dalla bellissima Gal Gadot che si muove tra le pieghe di una società anni 20 con grazia, dolcezza e spontaneità. Il fascino disarmante dell’attrice israeliana non basta, però, a mascherare i difetti di una narrazione pletorica che manca di ritmo e fluidità, abbandonandosi all’uso eccessivo di rallenty che rendono le battaglie troppo reiterate e prive di pathos.
Accanto a Gal Gadot troviamo Chris Pine nei panni del soldato Steve Trevor, il quale non solo si innamora della bella eroina ma crea con lei un rapporto che va oltre l’attrazione fisica, un legame tra pari e di profondo rispetto. Nel film c’è un continuo gioco di equivoci e doppi sensi, con siparietti e situazioni comiche non pienamente riusciti (su tutti quelli con la Etta Candy di Lucy Davis).
Il cinecomic si svolge durante la Prima Guerra Mondiale, nonostante il creatore William Moulton Marston avesse ambientato il fumetto nel secondo conflitto, ma l’integrità del personaggio non ne risente e a pagarne le spese è, invece, la narrazione incerta e claudicante che ci accompagna fino al momento in cui la supereroina fronteggia un antagonista così poco convincente che sembra inserito posticcio e in modo completamente artefatto. Con la complicità di dialoghi lapalissiani (“gli uomini sono tutti brutti e cattivi”) e di una morale banale e alquanto approssimativa, il castello di sabbia costruito dalla Jenkins si sgretola completamente e tutto il potenziale messo in cantiere si schianta come acqua sugli scogli.
Se il Wonder del titolo doveva alludere al fascino dell’eccezionale qui si declina molto meglio in un sentimento di ammirazione a cui si abbandona la protagonista. Diana, infatti, risulta molto più vera nel momento in cui è una donna che scopre il mondo e con ingenuità ne apprezza la meraviglia.
Solo sul finale si riconosce l’essenza dell’eroina creata da William Moulton Marston, con la sua dedizione alla giustizia attraverso la pace e l’amore, ma in una chiave fin troppo sbrigativa e semplicistica.

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