TRASH, la recensione

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Trash-Movie

Cosa succede ad andare per le strade di Rio de Janeiro, prendere tre ragazzini del luogo e affidare loro le redini di un film di quasi due ore? A rispondere a questo quesito ci pensa un esperto di giovani protagonisti.
Il regista inglese Stephen Daldry, reduce dai successi al botteghino di Billy Elliott e Molto Forte Incredibilmente Vicino e vincitore dell’ultimo Festival Internazionale del Film di Roma 2014, torna con Trash ad indirizzare la cinepresa sui volti e i movimenti di questi piccoli eroi per caso, e lo fa seguendo ogni loro azione attraverso quegli intricati vicoli che loro conoscono fin troppo bene e nei quali si destreggiano con maturata abilità, nella loro inconsapevole imprudenza.
La naturalezza che Raphael, Gardo e Rato dimostrano di fronte all’obiettivo e il loro desiderio di mettersi in gioco divertendosi sono da manuale, quasi a poterli collocare nella cerchia di chi questo lavoro lo fa da una vita.
Prendendo il via dalla favela nella quale abitano e dalla discarica nella quale passano la maggior parte del loro tempo lavorando, lo spettatore accompagna i tre piccoli moschettieri in uno spericolato viaggio alla ricerca del misterioso valore di un portafoglio trovato casualmente e del quale la polizia locale sembra volersene impossessare a tutti i costi. La curiosità dei ragazzini, legata al desiderio di fare la cosa giusta, li spingerà ad una corsa contro il tempo,  che ridimensionerà i pochi attori noti della pellicola (Martin Sheen e Rooney Mara tra tutti) a semplici ruoli di comparsa, intenti a fornire un contesto di partenza e di arrivo, più che a svolgere azioni di rilievo ai fini della “missione”.
A rendere il viaggio ancora più vivo e coinvolgente, nonostante qualche piccola e perdonabile forzatura degli eventi, ci pensa l’accesa fotografia di Adriano Goldman che, attraverso un sapiente utilizzo dei colori e del chiaroscuro, mette in risalto ogni singolo passo in continua corsa, mosso attraverso fogne, tetti e stretti passaggi sospesi sopra le strade trafficate dell’ex capitale brasiliana.
Lo script del film, affidato alle mani di Richard Curtis (ideatore insieme a Rowan Atkinson del personaggio di Mr. Bean e sceneggiatore di Quattro Matrimoni e Un Funerale e Notting Hill), manca di veri e propri colpi di scena e della giusta dose di tensione (ci si muove semplicemente da A a B) e non riesce a coinvolgere appieno sul piano emotivo. Non si può comunque non provare simpatia per gli autoctoni protagonisti, con la loro genuinità, la loro voglia di vivere e il loro innato senso di giustizia, che non smettono di rialzarsi dalla torbida dimensione di disagio e corruzione alla quale rivolgono un sincero sguardo colmo di sfida.
Per ogni caduta, un rialzarsi in piedi; per ogni problema, una soluzione; per ogni ferita, un sorriso.

 

Giulio Burini

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