THE ONLY LIVING BOY IN NEW YORK, la recensione del film di Marc Webb

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The Only Living Boy in New York
the only living boy in new york
RomaFF12: The Only Living Boy in New York – Photo © 2017 Fondazione Cinema per Roma
Conclusasi in modo piuttosto brusco la sua parentesi nel mondo dei cinecomic, lo statunitense Marc Webb torna in una dimensione a lui cara, quella del Cinema indie sentimentale, con una doppia release: Gifted – Il Dono del Talento (con protagonista Chris Evans) e The Only Living Boy in New York (presentato in concorso all’edizione 2017 della Festa del Cinema di Roma).
Dopo il sonoro successo del suo film d’esordio, (500) Giorni Insieme, si era creata una nube di curiosità intorno a questo filmmaker in grado di trattare in maniera così delicata e personale (quasi mai scontata) le dinamiche delle relazioni tra giovani e parlare con freschezza all’attuale generazione adolescenziale. Il tutto attraverso uno stile riconoscibile con evidenti rimandi al linguaggio di Woody Allen. I due capitoli di The Amazing Spider-Man diretti da Webb, nonostante un certo infantilismo di fondo che ne minava il naturale sviluppo narrativo, inglobavano anch’essi i punti forti del suo modo d’interpretare e ridipingere le meccaniche del rapporto ragazzo/ragazza (quello che intercorre tra il suo Peter Parker e la sua Gwen Stacy risulta tuttora uno dei legami sentimentali più credibili e coinvolgenti mai visti in una pellicola tratta da un fumetto, merito anche dell’indubbia chimica tra Andrew Garfield ed Emma Stone).
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RomaFF12: The Only Living Boy in New York – Photo © 2017 Fondazione Cinema per Roma
Arrivati a oggi, The Only Living Boy in New York mette in evidenza fin da subito tutti gli stilemi del Cinema di Webb, quasi a voler sottolineare il ritorno alla totale gestione della materia che ne ha decretato il successo. Come anche in (500) Giorni Insieme, qui non ci si fa portavoci di verità illuminanti ma è il modo in cui queste verità vengono narrate che riesce a mettere a segno il colpo. Lontani dal funambolico abbraccio tra parole e immagini dell’opera di debutto (forte era il senso d’immergersi in una sorta di fiaba illustrata dei giorni nostri) ma percorrendo più i binari di una commedia sentimentale di stampo classico, il film segue la personale storia di Thomas (Callum Turner), giovane newyorkese desideroso di diventare scrittore, figlio del presidente di una casa editrice (Pierce Brosnan) e di una casalinga tendente alla depressione (Cynthia Nixon). Friendzonato dalla bella Mimi (Kiersey Clemons) e preso di mira dal curioso e saggio nuovo vicino di casa (Jeff Bridges), il ragazzo vedrà le sue poche certezze crollare con l’entrata in gioco dell’avvenente amante del padre, Johanna (Kate Beckinsale).
Mentre Allen, con un tale materiale a disposizione e il suo costante binomio tra ironia e tragicità, avrebbe probabilmente lasciato agli adulti il compito di disegnare le conseguenze di una relazione matrimoniale in dirittura d’arrivo e il preoccupante accumulo di dubbi e nevrosi nelle nuove generazioni, Webb parla ai giovani attraverso i giovani. Thomas diventa così la stella attorno alla quale ruota il suo intero sistema solare e tutto quello che è raccontato assume un determinato peso proprio in relazione al suo specifico punto di vista. In qualità di “unico ragazzo vivente a New York”, il nostro protagonista sembra essere il solo a rendersi conto dello stato di degrado morale in cui verte l’alta società della Grande Mela e, orgoglioso di non farne parte, subisce costantemente il forte contraccolpo (in carriera, come in amore) dell’essere un’eccezione.
Se si ricerca il coraggio dell’affrontare determinati argomenti in modo maturo e scomodo, si andrà purtroppo incontro a un trattamento all’acqua di rose ma che, tuttavia, non impedisce il totale godimento di una pellicola fiera della propria natura, complici anche un innegabile amore per la narrazione intimista e un plot twist assolutamente imprevedibile (proprio per la completa mancanza di indizi utili alla sua rivelazione).