Road to T2: Trainspotting 2 – THE BEACH, di Danny Boyle

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Leonardo DiCaprio e Danny Boyle in The Beach (2000) (via IMDB) recensione
Leonardo DiCaprio e Danny Boyle in The Beach (2000)

In occasione dell’uscita di T2: Trainspotting 2 ripercorriamo alcune pellicole dirette da Danny Boyle insieme agli amici di Jamovie.
QUESTA SETTIMANA: Gabriele Lingiardi vi parla di The Beach, mentre Dr.Gabe di Jamovie si dedica a Piccoli omicidi tra amici

Leonardo DiCaprio e Danny Boyle in The Beach (2000) (via IMDB)
Leonardo DiCaprio e Danny Boyle in The Beach (2000)
The Beach è forse il film di Danny Boyle più discusso, criticato e vessato della sua carriera. Siamo agli inizi del millennio, nel 2000, e questo “pastiche di generi”, di suggestioni e sensazioni, recupera tutta l’essenza degli anni ’90 e la riassume portandola all’estremo.
Terry Gilliam, solamente due anni prima, girava una pellicola volutamente fuori controllo come Paura e delirio a Las Vegas riuscendo nell’intento di trasportarci in un delirio psicotropo. Lo stesso non si può dire di Danny Boyle. The Beach è infatti un’opera fuori controllo… ma dalle mani del regista.
Leonardo Di Caprio offre con energia non una delle sue migliori performance (se non la peggiore), quella che, a ricordarla all’Academy, gli avrebbe impedito di vincere ancora per molto l’Oscar. Il plot, basato sul romanzo di Alex Garland, si riempie di citazioni e rimandi all’immaginario letterario (Il signore delle mosche, Robinson Crusoe) ma, nella nostra epoca che ha conosciuto l’isola di Lost, risulta ‘datato’ e alquanto deteriorato.
The Beach
Romanticismo glicemico anni ’90
Dalle scelte musicali, fino all’allucinata sequenza in cui il protagonista Richard vaga in uno stato alterato, sognando il mondo come un grande videogioco, la pellicola sembra ad oggi un kitsch iperbolico e difficile da tollerare. Non che ai tempi dell’uscita al cinema il film fosse stato accolto meglio. Eppure lo stile frammentato e la terribile voice over giudicante e falsamente filosofica, risultano fin troppo posticce e artefatte.
Nonostante ciò, sarebbe ingiusto vedere soltanto il lato negativo: bisogna dare atto che la critica sociale, la riflessione sull’utopia di una civiltà pura, dedita al piacere e alla sopravvivenza contro la natura, possiede un fascino discreto. In un periodo storico in cui la globalizzazione appariva come una sfida piena di pericoli, lo spaccato di The Beach rappresenta il timore del mondo futuro.
The Beach
Leo DiCaprio ripensa (forse) alla sua performance mentre sta girando una scena di The Beach
La frenesia del mondo diventa fattore di crisi del singolo, in un contesto in cui nessuna identità è più tale. Ogni uomo non è altro che un numero assorbito dal senso del dovere.
Il desiderio di fuga di Richard acquista valore in funzione del finale. Il tentativo di ritrovare la propria unicità al di fuori della massa arriva al fallimento. L’accettazione del proprio ruolo nel mondo non è visto però come un atto di sottomissione. È invece la consapevolezza di essere unici, pur non vivendo in un luogo unico.
The Beach è dunque un’opera di passaggio nel percorso artistico del filmmaker. In particolare per quanto riguarda gli sviluppi dei suoi progetti futuri, fatti di colori saturi e logiche di montaggio irregolari.
È però nella ricerca dell’eccesso, della scelta originale, che tutto l’apparato crolla. Il sapore dell’avventura non raggiunge mai la plausibilità. Gli ambienti restano troppo finti, sommersi in un mare di barocchismi ‘freaks’ che rendono la visione del paradiso in terra di The Beach più vicino all’esperienza di un plumbeo purgatorio.
Gabriele Lingiardi

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