STAR WARS: GLI ULTIMI JEDI, la recensione del film di Rian Johnson

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I protagonisti di Star Wars: Gli Ultimi Jedi

Dentro Star Wars: Gli ultimi Jedi c’è un mare sconfinato di luoghi, scene, trama, a cui siamo rimasti ignari grazie ad una campagna di marketing accorta. Sembra un dettaglio ma, quando iniziano i titoli di coda, non si può che provare gratitudine nell’avere avuto tutelata l’esperienza in sala. Per questo motivo nella recensione non troverete spoiler.
La magia di Guerre Stellari parte infatti dalla possibilità di scalpitare, ancora oggi, aspettando un colpo di scena clamoroso o una morte inaspettata. La saga familiare degli Skywalker appassiona infatti su più livelli, il minore dei quali è quello fantascientifico in quanto tale. Star Wars è in controtendenza rispetto alle grandi saghe che si reggono sulla rappresentazione di un mondo, un universo narrativo in cui si muovono differenti personaggi. L’epopea ideata da Lucas conferma invece, con Episodio VIII, di vivere sulle spalle dei personaggi. Non sono gli effetti visivi, non sono i veicoli e le spade laser a raccontare la storia degli Jedi, ma sono le anime che popolano quel mondo.
Per questo motivo è straordinaria la forza con cui, di film in film, le emozioni dello spettatore si stiano allineando con quelle provate, sullo schermo, dai protagonisti. La ricerca dei legami familiari di Rey è anche il dilemma che ha toccato i fan di tutto il mondo per anni, così i dubbi di Luke sul futuro degli Jedi sembrano molto simili alla paura, che si presenta ad ogni nuovo capitolo, che la saga sia troppo vecchia per reggere e che debba finire qui. Così non è, e Ryan Johnson lo dimostra dirigendo con mano salda una pellicola complessa e stratificata.
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Luke Skywalker torna nel Millennium Falcon in Star Wars: Gli Ultimi Jedi

Uno Star Wars all’anno, ogni anno. Questo proposito, nato a corollario dell’accordo Disney\Lucasfilm, porta con sé un alto rischio di saturazione del mercato. Con una produzione così di massa viene a meno l’attesa, la sorpresa che circonda l’arrivo in sala di un nuovo capitolo. Oramai i fan, per quanto accaniti, hanno un pane che li sazia ogni 365 giorni. Questo è un fatto di cui Johnson sembra esse consapevole. Il regista sfrutta tutti i margini di manovra che gli sono dati e, allo stesso tempo, porta il peso di una mitologia pressoché intoccabile rispettandola.
Egli sceglie di muovere il film su due linee parallele, destinate ad incrociarsi: la prima ricalca il capolavoro di Lucas nella struttura, nelle battaglie, nelle dinamiche tra i personaggi, ma con una mano molto più leggera rispetto a Il risveglio della forza. Il secondo movimento impresso alla storia è quello che la porta ad esplorare nuovi territori e ad ampliare la mitologia. Gli ultimi Jedi è perfetto come seguito perché coglie i frutti del lavoro di J.J. Abrams. I due film, se accostati, si arricchiscono a vicenda.
L’arco di maturazione dei personaggi, qui impostato su tre film, si fa efficace quando inizia a intrecciarsi con temi più grandi dei semplici drammi privati. La resistenza al Primo Ordine è messa di fronte alle sue contraddizioni, la guerra è mostrata come un conflitto tra giusti, in cui ogni posizione è parte di una giustificata logica politica e cosmica.
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Daisy Ridley è Rey in un’immagine di Star Wars: Gli Ultimi Jedi

La sceneggiatura di Johnson porta la saga nella contemporaneità, armonizzandosi in un modo che ha dell’incredibile con le idee messe da Gareth Edwards in Rogue One: la ribellione si dimostra, in entrambi i film, fragile. Non sempre è nutrita da ideali, spesso anche lei vive di affari. L’Impero, o il Primo Ordine -nella versione moderna-, perdono la patina di cattiveria assoluta. Il nero non riesce più a coprire la carne di cui è fatto il lato oscuro della forza. Il male è comprensibile nelle sue motivazioni, è irrorato da paura e, al contempo, da speranza. Il diavolo ferito, come mostrato in questo ottavo episodio, ha una potenza cinematografica tale da rendere Star Wars uno dei film più meritevoli dell’anno. Si potrebbe discutere per ore sui temi politici, etici e religiosi, messi in scena come in un film d’autore, tanto che si arriva a dimenticare gli effetti speciali (così buoni da essere invisibili) e i suoni roboanti.

Questo è cinema di serie A per tutti… ma soprattutto per chi ama il cinema! 

Certo, episodio VIII non è privo di difetti: la parte centrale sembra essere vittima della prematura scomparsa di Carrie Fisher. La produzione non è riuscita ad evitare la sensazione di “rattoppo” su qualche passaggio, resta da capire se la causa sia una mancanza in fase di sceneggiatura o un espediente messo in atto per sopperire alla mancanza di girato. La sua storyline è quella che risulta meno armonizzata con il resto del film. Gli spostamenti dei personaggi sono veloci e confusi, un problema che aveva anche episodio VII e che invece non aveva Rogue One, in cui la percezione delle distanze, soprattutto durante gli scontri, era miracolosamente chiara. Che gran lavoro di regia. John Williams è perfetto come sempre, ancora più incisivo che nella precedente partitura. Mark Hamill invece fatica a ritrovare l’essenza di Luke. Egli aggiorna il personaggio al gusto moderno, ma appare molto distante dal carattere che abbiamo conosciuto, e non sempre per esigenze di trama. Ciò non impedisce però all’attore di mangiarsi completamente il film dal punto di vista emotivo, prendendo possesso di una delle scene più indimenticabili di tutta la serie. 
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Carrie Fisher è la Principessa Leia in Star Wars: Gli Ultimi Jedi

Star Wars: Gli ultimi Jedi non è il miglior film di Star Wars, ma è un incredibile colpo per una saga che si dimostrare ancora freschissima. Basta vedere l’incredibile duello con le spade laser, pieno di idee. Sono un gradito ritorno i colpi di lightsaber pieni di rabbia, sudore, energia, a scapito dell’armonia della coreografia. Per la prima volta, dopo tanti anni e tanti film, ritorna l’adrenalina del duello e l’incertezza, da tachicardia, su chi tra i duellanti potrà avere la meglio.
Episodio VIII è un passo avanti nella nuova trilogia. È un film che cresce con il tempo e che lascia carta bianca per il gran finale.
Una persona, uscendo dal cinema, lamentava che “non è sembrato neanche di vedere un film di Star Wars”. Ma io credo che, dopo 8 film e innumerevoli spin off nell’universo espanso, uscire dalla sala con questa sensazione di novità e freschezza sia un vero e proprio trionfo produttivo.

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