SILENCE, la recensione del film di Martin Scorsese

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Martin Scorsese è da sempre affascinato dal silenzio. Il cineasta newyorkese usa la sospensione del rumore come un momento enfatico e quasi religioso. L’assenza di suono è, per la messa in scena di Scorsese, un ritorno all’interiorità dei personaggi, di cui possiamo percepire le emozioni, le ansie, e con i quali riusciamo ad interfacciarci. Silence racconta la fede attraverso la storia di due preti missionari, Padre Rodriguez e Francisco Garrpe (interpretati da Andrew Garfield e Adam Driver). Siamo nel Giappone del 1600: i due gesuiti intraprendono una missione per trovare Padre Ferreira, il loro maestro, sospettato di avere abiurato. La ricerca del “prete caduto”, che ha rinunciato alla proprio mandato, li porterà a scoprire terribili torture operate dal governo giapponese a danno dei cristiani.
Il pregio di Silence è quello di essere un film lungo (quasi 2 ore e 45 minuti) e faticoso. Non è una contraddizione. Sebbene infatti la narrazione sia fluida, l’occhio della videocamera indugia e sottolinea senza scampo le incredibili sofferenze dei protagonisti. L’andamento lento ed estremamente crudo del lungometraggio lo rende una montagna difficile da scalare, spesso respingente ma, allo stesso tempo, assai meritevole di essere affrontata. Silence riesce quindi, con una notevole dose di coraggio, a muoversi in un terreno poco commerciale che gli permette dunque di andare in profondità nelle riflessioni che propone e che lo trasforma in un’opera unica e innovativa. Il discorso non semplice che imbastisce richiede fatica e, per questo, si fa più intenso e pregnante che mai. Martin Scorsese si allontana dalle banali derive mistiche, dalla tentazione delle risposte facili e, al contrario, apre ad una lettura della fede complessa e problematica. La religione, o meglio il senso religioso dell’uomo, quello che conduce alla domanda sul trascendente, viene messa in scena, mostrata, ma mai spiegata.
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Silence – Photo: courtesy of 01 Distribution

Sta qui il grande valore cinematografico della pellicola: quello di essere un’esperienza tanto ostica quanto il cammino che i due padri intraprendono durante storia. Sebbene la violenza non sia mai eccessivamente grafica, il film comunica un male viscerale, una fatica nell’accettare e sopportare le pene inflitte ai protagonisti, che interroga direttamente lo spettatore e lo chiama a fare sue le scelte dei personaggi. La violenza è quindi usata come chiamata al giudizio e non come ostentazione del dolore.
Scorsese si interessa al tema della contemplazione del divino, che si nutre del silenzio e del raccoglimento nella preghiera. La voce di Dio è flebile per l’uomo, o meglio, è oscurata dal rumore della violenza del mondo. Da qui sorge la domanda più potente della pellicola: Dio, se esiste, è indifferente alle grida degli uomini? Da cosa nasce il silenzio che inquieta l’esistenza: è un  dialogo vuoto, quello con Dio, che rende quindi insensata ogni lotta ed ogni martirio o, al contrario, è pienezza di spirito e di senso? Scorsese punteggia il montaggio con alcuni istanti di estremo silenzio, in corrispondenza con gli eventi fondamentali della vita di Padre Rodriguez (dall’ingresso nel villaggio, e quindi l’accesso ad un nuovo mondo, fino alla scelta finale) e, per il resto della pellicola sceglie di riempire la traccia audio con rumori di cicale nel bosco e suoni in scena.
Silence - Photo: courtesy of 01 Distribution

Silence – Photo: courtesy of 01 Distribution

In un momento particolarmente ispirato del film, Padre Rodrigo vede le proprie sofferenze come uno specchio di quelle di Cristo. Allo stesso modo le immagini sullo schermo sembrano richiamare agli eventi portanti del Vangelo (il tradimento, l’ingresso di Gesù in Gerusalemme, la Via Crucis), ma subito se ne distaccano, aprendo a spiragli di corporalità strazianti ed estremamente umani.
Il viaggio nel Giappone è allo stesso tempo una traversata infernale, simboleggiata dai numerosi traghettatori-Caronte. Il Dio sole dei nipponici è oscurato da una fotografia crepuscolare, estendendo così l’inquietudine della fede non solo all’universo cristiano ma anche all’eccessiva cura della forma, dell’adesione esteriore, della cultura Giapponese durante il periodo Tokugawa. L’attenzione all’esteriorità della fede sarà un tratto essenziale per lo splendido guizzo dell’ultima inquadratura, capace di chiudere il discorso penetrando il fuoco che annichilisce.
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Silence – Photo: courtesy of 01 Distribution

Silence non è un’opera di propaganda religiosa ma, al contrario, un film che inquieta le certezze, sia dei non credenti che delle persone mescolate nella fede (qualunque essa sia). La vicenda viene descritta dalle immagini ma il giudizio, e il dibattito critico, è rimandato interamente allo spettatore. Questo è lo sforzo che il Silence richiede e che, una volta entrati in sintonia, viene ripagato come solo il miglior cinema sa fare.
Consigliato a: un pubblico motivato, indipendentemente dall’orientamento religioso.

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